18 Aug 2010

MALDOBRÌE

Maldobrìe. Nuovamente “Maldobrìe”. Dopo otto mesi ho finito anche il colore dei cinque racconti nelle sessanta pagine che formeranno il prossimo libro delle avventure di Bortolo raccontate a “siora Nina” ed a noi. I racconti della ditta Carpinteri&Faraguna sono una specie di magia. Li ho cominciati a leggere dalla loro pubblicazione, ero un ragazzo, li ho riletti non so più quante volte e oggi, sceneggiando e disegnando, mi diverto ancora. E’ o non è una magia?
Molto presto metterò alcune pagine in Anteprima sperando di fare contenti i molti lettori innamorati di queste novelle. Per ora solo tre vignette.


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21 Jul 2010

Sto invecchiando...

Sto invecchiando. E mi sembra di dire qualcosa d’interessante.
Sono più di cinquant’anni che sto invecchiando e me ne esco oggi così? Sì. Mi sono ricordato un fatto di molto tempo fa. E’ un segno, no? Ve lo racconto anche se il solo farlo mi farà invecchiare ancora di più. Il ricordo di Via Santo Stefano e l’incontro con Lucio Dalla mi ha riportato alla mente un altro aneddoto. Quell’estate mi capitò di essere in Inghilterra con una nazionale di calcio giovanile.  Ho già scritto qualcosa a questo proposito. Per chi abbia voglia di fare il gambero su questi schermi si intitolava “Il posto delle fragole”. Dunque.
La nostra nazionale doveva incontrare alcune squadre professionistiche con l’intendimento di imparare da quella esperienza di calcio inglese. Nel 1969 era molto in voga il gioco atletico della “Perfida Albione”. Andammo a imparare. Da Londra partimmo con il treno per Sheffield, patria dello Sheffield United FC. Furono 285 chilometri di verdi pascoli, rosse ciminiere, vacche pezzate e verdi stazioncine. Non vidi la città. Mi è capitato di continuo quando giocavo al calcio. Vedevo gli stadi e magari solo dall’interno. Ero come quei turisti che vanno a visitare Alcatraz.
Questo però era una bella costruzione in mattoni rossi. Il campo non aveva la pista attorno, non aveva niente, a quell’epoca non avevano neanche una rete per dividere gli spettatori paganti  dagli eroi pagati. Molti campi erano fatti così in England e avevano un’altra particolarità rispetto ai nostri: erano anche la sede del Club, con annesso museo e ristorante, uffici e bar, sala giochi e rivendita di sciarpe, bandierine da scrivania, fotografie e cuffie di lana. Non si vendevano maglie e cappellini, ma portachiavi e agendine. Che mondo lontano.
Dopo la partita un’altra tradizione forse mutuata dal rugby: lo Sheffield United ci invitò a bere e mangiare qualcosa nella sala ricevimenti al quarto piano della costruzione. Dall’alto, bevendo un thè con contorno di fette di pomodoro, vedevi il campo verde e gli addetti che rimettevano a posto le zolle.
Alcune personalità della città vennero a congratulrsi della nostra sconfitta e tra queste spiccò la figura di una donna, non l’unica in quel frangente, ma sicuramente la più affascinante. Alta, calzoni e camicetta bianca, ballerine di corda, sorrideva e brindava con noi convincendoci che ne era convinta. Era Sandie Shaw. La cantante inglese più famosa e di successo in quegli anni.
Mai dirò di chi fu l’idea e mai farò i nomi di chi la mise in pratica. Ricordo i nomi dei quattro miei compagni di squadra e, soprattutto, ricordo lo sguardo gelido che la suddetta cantante mi regalò girandosi.
Mai mi sentii così, ingiustamente, giudicato indegno del consesso umano. Bloccato da quegli occhi e dalla scarsa conoscenza della lingua, non riuscii a dire parola. Rimasi là con il mio thè e una fettina di pane nero. Il pomodoro era scivolato a terra per far compagnia al mio ego.
Era successo che una mente sopraffina aveva raccolto attorno alla Shaw altre tre esseri sopraffini e quei due che le stavano alle spalle le avevano palpato il sedere. Dopo un momento si girò. Fu così lenta perché era inglese o perché era abituata a cose del genere nel mondo dello spettacolo? Mentre stavo domandandomi questo i due erano spariti lasciando alla sua vista un diciannovenne imbranato e più meravigliato di lei. Sandra Ann Goodrich, detta Sandie Shaw, ne aveva ventitre.
L’avevo rimosso, ma girando per Google ho visto la foto e quello sguardo mi è sembrato ancora lo stesso. Uno stiletto di ghiaccio. Solo per me.

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16 Jun 2010

C’era una volta uno sceneggiatore...

HICHCOCK.jpg“ C’era una volta uno sceneggiatore, al quale le idee migliori venivano nel bel mezzo della notte, che quando si svegliava al mattino non riusciva a ricordarle. -Metterò una matita ed un foglio accanto al letto e quando mi verrà l’idea potrò scriverla- Così si mette a letto e nel mezzo della notte gli viene un’idea formidabile; la scrive rapidamente e si riaddormenta. L’indomani mattina non ricorda nulla. Radendosi si dice:- Accidenti! Ho avuto ancora una formidabile idea la notte scorsa, ma l’ho dimenticata! Ah, ma, no! C’era la matita ed il foglio!- S’avventa nella sua camera da letto, raccoglie il foglio e legge: - Ragazzo si innamora di una ragazza.-“
Racconto spesso questa storiella che appartiene ad un mostro sacro del cinema e della sceneggiatura: Alfred Hitchcock. Per dire che ogni grande idea parte da uno dei pochi luoghi della narrativa, l’amore, la vita, la morte; e che può essere grande o piccola solamente dal suo svolgersi e dalla “regia” che la sovrintende.
Tutto questo mi è tornato alla mente quando un mio amico ha voluto regalarmi un consiglio. Più o meno le sue parole erano: “forse dovresti produrre una storia più internazionale per poter accedere al grande pubblico e specialmente alle case editrici francesi, massimo europeo del fumetto.”
Ho capito subito il senso pro-positivo della frase ed il mio amico lo è anche per queste esortazioni,
ma poi ho ricordato Sir Alfred e quell’aneddoto. Qual’è una storia “più internazionale”?
E’ vero, io sembro confinato in questa mia città, provinciale e lontana da ogni editore, e continuo a trovare storie che in qualche maniera la riguardano. Ma se tenti di scrivere dell’amore, ogni amore, della vita e l’onore di questa, della morte e del suo orrore, della pace e della guerra, se sei a Trieste e non a Londra, se le vicende accadono ancora negli anni ’40 e non nel 2123, qual’è la differenza?
Ho rotto le scatole ad alcuni amici, fidati consiglieri, accennando ad ogni idea mi fosse sembrata la prossima da fare, poi ho sempre, sempre, trovato qualcos’altro; e questo altro è diventata sempre, sempre, quella da fare.
Testardo. E’ vero.
Come fossi un dilettante mi accanisco a voler far digerire a tutti quel che a me piace. “Ragazzo si innamora di una ragazza”. Dov’è la novità? Non c’è novità se non nel chi, quando, come e perché. In fondo sembrano le regole di un buon articolo giornalistico.
Sembrano le regole per raccontare bene.
Credo ci sarà ancora una nave di mezzo. Ma proprio di mezzo. Ci saranno ancora fascisti e nazisti sullo sfondo. Ci saranno ancora riferimenti storici e letterari. Forse non ci sarà una ragazza. In fondo non ci sarà neanche Trieste. Forse ci saranno solo la pace, la guerra, l’onore, la vita, l’amore, la morte e la certezza di aver ritrovato il foglio sul comodino.


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04 Apr 2010

Via Santo Stefano

bicchiere.jpgpiadina.jpg Leggendo l’amico Roberto Franco, su  http://continuavoaguardarefuori.blogspot.com/, mi è tornata alla mente una sera primaverile di molti anni fa. Doveva essere subito dopo Pasqua.

Via Santo Stefano. A destra, andando verso il centro di Bologna, c’era e c’è ancora credo, un piccolo bar. Ma sembrava più una latteria. Tutto era bianco come il padrone. Uno di quei tipi che vivono solo di notte e che se li porti a Rimini un giorno d’estate ti aspetti che brucino, così, subito, come un cerino. Avevamo pochi soldi e prendevamo una fetta di Piadina con un bicchiere di Lambrusco come aperitivo e come cena, prima di raggiungere Piazza Grande.
Eravamo in tre e facevamo assieme la mia età di oggi.
Un giovane, non molto più vecchio di noi, si materializzò accanto al bancone. Aveva un berretto di lana anche se era già aprile. Era un tipo un po’ rozzo, con la barba ed i capelli lunghi. Mi fissò un attimo. “ Posso offrire io?”- disse.
Sulle prime non capivo di cosa e con chi stesse parlando, ma si ripetè riguardandomi. Mi fissò intensamente anche il padrone da dietro la macchina del caffè. Non risposi al primo e rimasi interdetto ancora di più vedendo il secondo farmi un leggerissimo cenno negativo con gli occhi ed il naso, tenendo la testa immobile per non farsi vedere dal giovane che insisteva. “ Ti secca se te lo offro io?”- disse e non so cos’altro perché ero rapito dal pallido che continuava a dir di no con tutto meno che con il capo.
Mi decisi a rifiutare, più volte, ringraziando il giovane. I miei compagni erano silenziosi e intenti a mordere e bere. Il giovane allora si alzò, non di molto, era piuttosto basso, ed uscì salutando il padrone chiamandolo per nome.
“Sai chi è quello?”- “No”- risposi.
“E’ Lucio, Lucio Dalla. Un…cantante, un musicista.”
“Ma perché voleva offrirmi il pasto?”
“Non lo sai veramente?”- “Beh, no.”
A quel punto i miei due compagni avevano finito, pagato, e dissero ch’era meglio andare. Ringraziammo, salutammo. A quell’epoca usava fare così.
Tre militari in divisa verso un cinema.
Due sere dopo ricapitammo dal pallido che si dilungò in spiegazioni.
Quando capii anch’io, in un certo senso ne fui gratificato. Poi pensai che non ero da cena a Re Enzo, ma da Piadina e Lambrusco.
Rimasi un po’ incazzato con Dalla fino agli anni ottanta.


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10 Mar 2010

Abbiamo passato una bella serata

Giardino.jpgAbbiamo passato una bella serata, chi presentava e chi era presentato, gli attori , il chitarrista e la cantante che hanno interpretato alcuni brani e quella cinquantina di spettatori-ascoltatori che avevano sfidato la bufera per venire al Circolo Culturale di Ronchi. In un primo momento sembrava che il maestro non potesse venire. Una fastidiosa influenza l’aveva influenzato.  
L’Allievo, invece, è quello grasso con le ciabatte bianche, strano connubio tra zoccoletti olandesi e ceste del pane. Era estate, come avranno intuito i più smaliziati, e credo si parlasse del perchè le idee non si colgono dagli alberi, discorso che abbiamo ripreso appunto quella sera di febbraio.
Un po’ di storia, qualche rimando a celebri testi e a celebri autori, molte fotografie ( qualche autografo!) e tanti saluti.
Voglio ribadire il mio grazie a tutti gli umani e a Roberto Franco. 


Walter Chendi




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