19 Jan 2009

Le Maldobrie

FUMETTI  Lizard pubblica il suo «Vedrò Singapore?»

LA VECCHIA TRIESTE A FUMETTI

di Claudio Bisiani

Parla Walter Chendi, l'artista che ha disegnato le opere di Carpinteri & Faraguna.


admin




19 Jan 2009

Mont Uant

Prefazione di Walter Chendi

E’ sempre la solita storia.
Se qualcuno mi chiedesse come si fa ad inventare una storia, la mia risposta sarebbe: non lo so. Ne ho scritto alcune e credo di non averne mai inventata una perché le ho sempre trovate. Tra le foto di famiglia, sullo scaffale dove tengo ancora i libri di scuola, tra i vecchi segni lasciati sul tavolo dell’osteria che non è diventata ancora un “Pub”, le storie sono là, inserite tra le altre, quelle scritte o raccontate, quelle cantate o magari tra quelle appese ai muri.
Alcuni anni fa ne trovai una vicino allo studio del Maestro, o meglio come mi corresse lui, del maestro. Ero andato a fargli visita, nel suo studio sotto i tetti, e dopo qualche ora di utili consigli, scendendo, vidi quell’affare un po’ contorto infilato nella catena di una bicicletta appoggiata al portone. Tornato a casa lo stirai un po’ e si rivelò una piccola novella di otto pagine.
La tengo ancora aspettando di trovare ruote giuste per farla correre.

Walter Chendi


admin




19 Jan 2009

Vedrò Singapore?

FUMETTI Lizard pubblica il suo «Vedrò Singapore?»

Il fascino delle storie di Chiara ricreato dalle matite di Chendi

Piero Chiara gli direbbe: bravo. Sì, perché Walter Chendi, il disegnatore triestino non si è limitato a creare una versione a fumetti dello splendido romanzo «Vedrò Singapore?», pubblicato con Mondadori dallo scrittore di Luino nel 1981.E andato più in là. Trasformando le parole in immagini, dando spessore alle atmosfere, seguendo il protagonista nel suo girovagare tra Trieste, Aidussina, Pontebba, Cividale. Tra affari di cuore, complicazioni politiche, pettegolezzi e cattiverie.


admin




27 Feb 2016

SESSANTA QUARANTA

Cerimonia funebre

Questa è una delle poche fotografie di cronaca di tutto l’album: un totale dei paesani che, ai piedi del campanile, stanno per assistere ad un funerale.
Il paese in questione è il solito piccolo, antico, tranquillo, semplice paese di ogni fotografia, posto tra il mare ed il Carso, sfiorato o attraversato da un confine.
Il funerale della foto, che a prima vista potrebbe sembrare il solito funerale, per la signorina De Vettòr era invece speciale. Era il primo al quale partecipasse senza doversi fare a piedi tutta la salita fino al cimitero. Era il suo.
Altra particolarità di quelle esequie era la doverosa presenza dei coetanei del morto alla cerimonia. Era questa un’antica tradizione locale.
Al corteo partecipavano ovviamente i familiari, ma in prima fila dovevano esserci i coetanei.
Non era necessario che questi avessero conosciuto il protagonista, anche se era raro che ciò non avvenisse in quei paesini, ma risultava invece d’obbligo che lo accompagnassero al camposanto, portando fiori e con una candela in mano.
Questi facevano dunque le veci del morto di fronte alla comunità, come una sorta di personificazione della sua età.
Era una tradizione a suo modo istruttiva. I vivi guardavano idealmente il morto negli occhi, misurando la propria distanza da quello in rughe, tremolii o malattie e traendone insegnamento o consolazione. Era una delle tante usanze ormai perdute. Di chi la colpa? Non certamente della signorina De Vettòr, lei era defunta.
Anzi, lei stessa era salita innumerevoli volte a quella collina, con la candela in mano, proprio per continuare l’usanza. Era poi deceduta in un bel mattino di gennaio, mentre stava dando da mangiare al suo canarino. Aveva centocinque anni. Il canarino sedici.
Con quel carico di inverni sulle spalle la signorina non provocò lacrime -era prevedibile- ma cordiali sospiri, questi sì, da parte di tutta la famiglia.
Era sempre stata tanto gentile, fin troppo, tanto buona, fin troppo, tanto intrigante, a detta di alcuni, troppo e per troppi anni.
Se è vero che “sono sempre i migliori che se ne vanno per primi”, come si sente spesso ribadire a queste cerimonie, allora i centenari devono per forza essere tra i peggiori. Almeno per chi usa frasi del genere.
Ma non era certo questo il problema di Don Malovani, poiché il perdono rientrava tra i suoi attrezzi di lavoro. Si preoccupò invece di chiedere: - E i coetanei? -
La domanda era la solita di ogni volta, ma in questo caso la faccenda si annunciava alquanto complicata.  
- Ci penso io! - disse la vedova Japicek, che lavorava all’anagrafe.
Nel paese non erano rimasti centenari, questo lo sapevano tutti, ma la Japicek scoprì che non ce n’erano neanche nel resto del Comune. La vedova non era però tipo da arrendersi facilmente e con l’aiuto della direttrice scolastica, altra signorina di soli ottantatre anni, era riuscita a trovare tre compagne di scuola della De Vettòr. Abitavano, per fortuna, nei comuni limitrofi.
Il sacrestano fu incaricato d’informarle e di chiedere loro se intendessero partecipare alla cerimonia.
Giugovaz Venceslao, detto Lampo, aiutato dalla sua potente Lambretta, volò a cercarle.
Modra Benettich, nata il 26 marzo del 1858 a Idrja, residente a Dolianc, fu la prima ad essere contattata.
Aveva fatto la sarta e per un certo periodo ebbe successo tra le signore della piccola borghesia di San Giacomo. Aveva aperto al tempo un piccolo laboratorio dove lavoravano due ragazze. Una di queste sarebbe stata la madre della segretaria dell’anagrafe, la nostra Magda Japicek.
La Lambretta poi volò a casa della signora Carla Umek, nata a Trieste il 15 agosto del 1858, ovviamente.
Residente a Grad da quando era andata in pensione dall’incarico di maestra elementare, non s’era mai risposata. Era sempre rimasta la vedova di Sante Umek, mandato dall’I.R.Austria a difendere la Serbia dall’invasione bulgara: la Bulgaria ebbe la meglio, almeno sul povero Sante. Le erano rimasti quattro figli, due ettari di terra, alcuni debiti, oltre i ricordi e una medaglia.
L’ultima a venir rintracciata fu la signorina Maria Giustazzi, nata il 2 novembre di quel famoso anno.
Sembrava aver adattato il suo carattere alla data di nascita. Da sempre era tipo impenetrabile e triste, glaciale quasi, anche se molte dicerie erano corse sul suo interesse per la religione dopo il trasferimento in paese del nuovo parroco, un giovane pretino di Udine.
Tutti questi fatti avvenivano ben prima che tutti loro divenissero sudditi del re d’Italia.
Lampo, il sacrestano, ritornò con la buona novella: tutte e tre le centenarie erano disposte a seguire la cassa di quella lontana compagna di speranze scolastiche.
Così, il giorno dopo, ci fu il funerale.
Il sindaco stesso andò a prendere le tre donne, con la Consul 1500 di Stanislao, portandole così in tempo alla cerimonia.
In quegli anni di automobili se ne vedevano poche; si soleva portare la bara a spalla dalla casa in chiesa e poi al cimitero. Gli uomini adatti allo scopo c’erano sempre. Quasi sempre.
Il corteo, con l’arrivo delle secolari, s’era fatto un poco più corposo, anche se molto più lento rispetto al solito. La Messa fu lunga. Sembrava che Don Malovani non se la sentisse proprio di uscire dall’edificio, tanto andava dilungandosi nelle orazioni. Chi ha avuto esperienza dell’inverno sul Carso può capire il vecchio sacerdote.
Non si seppe mai di quanto fosse scesa sotto zero la temperatura dell’aria in quel pomeriggio del 12 gennaio 1963. Il termometro ad alcool appeso alla porta del negozio di Danilo si era gelato come buona parte dell’olio d’oliva al suo interno. Doveva far freddo anche per quelle zone.
Quindi la Messa fu lunga.
All’uscita dalla chiesa il gelo che avvolse i presenti ricordò loro quanto fragile risultasse la vita umana. Qualcuno rivolse un ultimo sguardo alle candele accese rimaste all’interno, poi il portone si chiuse e la salita al camposanto iniziò.
In testa, senza Lambretta e con regolare crocifisso, c’era il sacrestano, un solo passo innanzi al sacerdote. Dietro, stavano la bara e le tre vecchiette impassibili nel loro compito. Accanto a loro si inerpicava la signora Japicek, che aveva finito il suo turno all’anagrafe. Magda Japicek era un tipo molto preciso. Si era sempre interessata di tenere a posto i documenti del Comune, anche quando il Comune ancora non c’era. Era nata il 9 febbraio del 1893 e aveva avuto l’occasione di salvare il contenuto dei vecchi archivi nel 1917, prima che questi andassero distrutti nell’incendio della casa del Burgermaister locale. La sua passione per quelle vecchie carte la fece apparire strana agli occhi di molti, ma furono gli stessi “molti” a ringraziarla poi, ogni volta servisse loro un atto di proprietà o una parentela da dimostrare. Continuò a conservare quei ricordi anche dopo, in quegli anni in cui pochi volevano correggere la memoria di molti. Assieme al parroco aveva copiato tutta l’anagrafe di Dolianc e da quei tempi aveva imparato ad avere sempre due copie di tutto, tenendole in edifici separati. Chi l’assicurava che la voglia di imporre correzioni non si sarebbe ripresentata?
Ancora pochi giorni e, compiendo oramai settanta anni, sarebbe andata in pensione. Forse. Più probabilmente avrebbe continuato a gestire almeno la sua seconda copia dell’anagrafe, quella che celava a casa sua, in una stanza a prova di fuoco.
Nel corteo, dopo la signora Magda, arrancavano i parenti De Vettòr: due nipoti con le mogli e sette pronipoti con relativi figli, un paio di amici, il fornaio e, ultimo, il postino.
La parata era chiusa dal vigile urbano che tratteneva dal volar via con la Bora il vessillo comunale.
Anzi, più di una volta riuscì a non far volar via anche Claudio De Vettòr, il più magro della famiglia.
Come Bora volle, giunsero al cimitero e subito tutti si sparpagliarono cercando riparo tra le lapidi più alte e gli alberi più grossi. Solo il prete, le tre coetanee e la signora Japicek resistettero davanti alla fossa. Il gelo di quel gennaio era veramente ostile, la salita era stata terribile; il vento aumentava, avvicinandosi il tramonto. Tanto lunga era stata la liturgia in chiesa, tanto breve fu quella all’aperto. Mai requiem fu più rapido.
Nipoti, pronipoti e figli, amici, postino e fornaio riemersero dai loro ripari e fuggirono dal camposanto. Don Malovani seguì il suo abito verso l’uscita del cimitero, mentre gli uomini addetti alle pale rimandarono il compito a causa della terra troppo gelata.
Solo le tre ultracentenarie rimasero immobili vicino alla tomba. Tra loro anche la signora Japicek, solitamente così indaffarata, era invece rimasta imperterrita ed impettita a fissare la buca.
Alcuni, volgendosi, videro la scena e pensarono: - Bella tradizione, tutti vanno via, ma i coetanei restano per l’estremo saluto. Bello! -
Il sindaco, come capita spesso ai sindaci, si era dimenticato del suo compito di riaccompagnare le donne ed era già seduto in macchina quando il guardiano del cimitero glielo fece notare. Il sindaco, come capita spesso ai sindaci, non aveva intenzione di tornare indietro. Esercitò il potere di delega e mandò il guardiano a chiamare le vecchie.
Marino Sante, detto Sanmarino, si avvicinò alle quattro per invitarle a uscire, dovendo peraltro chiudere.
Quelle restavano impietrite.
Per la mente di Sanmarino passò l’idea che presto altri funerali sarebbero seguiti se non si fossero riparate da quella bufera. Volle farlo presente alla Japicek, ma questa, appena fu scossa per il braccio, cadde di schianto nell’aiuola del bosso.
Le tre ultracentenarie allora si rianimarono.
- L’avevamo capito, sa? Ma non volevamo lasciarla sola…- dissero.
1858, classe di ferro.


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