01 Aug 2009

LA DAMA POLACCA

Il gioco della dama  si svolge tra due contendenti che, su una scacchiera, chiedo scusa, su una damiera, tentano di togliersi le pedine, dischetti di legno bianchi e neri, esercitando le mosse opportune fissate dalle regole della Dama Italiana, quella Russa, la Canadese, la Brasiliana, quella Internazionale o la Polacca. Le differenze tra loro non c’interessano.
Fondamentale è la regola che dice: “quando due pedine avversarie s’incontrano, quella che ha alle spalle una casella libera viene eliminata o, meglio, mangiata”.
Trovi sempre il giocatore che te lo ricorda, come se fosse una regola difficile da ricordare!
“Mangiala !” è l’imperioso invito tradotto dalle nostre parti con “Màgnila !” oppure, più genericamente : “ Magna !”
Quel “Magna” era diventato il soprannome del nostro barbiere. Nato col nome battagliero di Emanuele Spadafora viveva con quello più amichevole di Lele Magna. Come giocatore di Dama era una rovina. L’unico, a memoria d’uomo, che realmente ignorasse quella piccola, fondamentale regolina.
E tutti a rammentargliela.
Longo, Porta e il dottor Fusani erano sempre là, ai tavolini del Bar Rialto, proprio dirimpetto alla barberia, per giocare con Lele interminabili campionati rionali.
Giocavano con accanimento. Non ho mai capito quali fossero tutte le regole perché erano state fuse quelle della Dama Italiana, da 64 caselle, con quelle della Polacca, da 100 caselle, dando vita ad una Dama Triestina che solo gli addetti ai lavori conoscono.
Ma si divertivano tutti.
Chi perdeva pagava il caffè, lo Spritz, il cognachino o l’immancabile Krapfen del dottor Fusani. Quell’agosto il Rialto venne chiuso per restauri, come recitava il cartello appeso all’insegna gialla e nera del telefono.
Longo, Porta ed il dottore si trasferirono all’Osteria di Fosco, l’ex pugile detto Upercut, per continuare gli incontri. Lele Magna no, non poteva abbandonare il negozio. Si ritrovò così a giocare qualche partita, la sera dopo la chiusura, con Aldo Buonanima, superfluo dirlo, custode del cimitero.
Bella estate quella del ’58. Potevi restare all’aperto fino alle otto di sera. I tramonti erano lunghissimi. Quei riquadri bianchi e neri davano una sorta d’ipnosi a fissarli con intensità e, forse proprio per questo, Lele e Aldo si attardavano sempre più, dimenticando la cena.
Aldo Buonanima era un tipo calmo, sussurrava appena quel “magna” d’obbligo per Lele.
Bella estate.
Il barbiere non aveva mai assaporato serate così tranquille. Bisogna ammettere che il luogo di lavoro di Buonanima aiutava molto. Molto tranquillo lo era sempre stato, a parte qualche secondo giorno di novembre.
Passare al cimitero per una partita diventò l’abitudine.
Le partite venivano seguite, qualche volta, da due becchini che, a dire del custode, avevano subito più scacchi che conquistato dame, ma godevano egualmente della semplice competizione. Bella estate, dicevo.
Fino a quella sera.
La sera che Aldo s’era sentito male. Diceva di avere freddo e, considerando che era la fine d’agosto, decisero di rimandare la partita.
Tre settimane all’Ospedale Maggiore, due giorni di agonia ed un attimo di paura.
Partita finita.
Fu un corteo fuori dal comune quello che accompagnò Aldo Buonanima, al secolo Marussich, alla sua ultima dimora.
Davanti c’erano tre parenti, poi due amici, ex compagni di scuola, poi Lele, seguito da una ventina di becchini. Mai visti tanti dipendenti del Comune attorno alla stessa bara. Qualcuno dei visitatori, curioso della ben strana situazione, si era avvicinato per domandarne la causa bilanciando così il numero dei civili presenti.
Non ci furono lacrime.
Ci fu, invece, una storica bevuta all’osteria di fronte all’entrata principale del camposanto, ritrovo ufficiale degli affossatori da più di un secolo.
Il vecchio custode aveva pagato da tempo quella festa postuma, come tradizione esigeva.
Giovanni Mildo, detto “ombra de ombra”, data la sua parsimonia nel mescere, aveva abbondato quel giorno. Buonanima era anche amico suo.
E così, tra un’ombra e l’altra, tra un ottavo e l’altro, tra un quarto e l’altro, iniziarono le chiacchiere.
In occasioni come quella ognuno si sente obbligato a raccontare un aneddoto riguardo al “festeggiato”.
Se uno campa abbastanza a lungo e frequenta queste riunioni si accorgerà che le storie sono sempre le stesse e che neanche i nomi vengono cambiati di frequente, a parte quello del protagonista, s’intende.
Non fu certo il caso dell’addio ad Aldo.
Lorenzo, uno dei più vecchi convenuti, dette il via alle rimembranze dopo il quarto bicchiere silenziosamente svuotato.
“Lo sapete perché Buonanima era così soprannominato? Perché lavorava qui ? Noo. Ci chiameremmo tutti così allora. No, no. Fu nel 1919. Me lo ricordo perché eravamo passati sotto il Regno d’Italia e ci avevano fatto le mostrine nuove. Era una bollente mattina di luglio e Marussich aveva ben pensato di fare una piccola pausa. A quei tempi non era ancora custode.
“Qual è il posto più fresco qui vicino?” si chiese il nostro amico. La risposta era ovvia; la saletta sotterranea del piccolo obitorio vicino alla Cappella della Pace.
C’erano tre tavolati e due erano già occupati, ma né Aldo si formalizzò per la fredda compagnia, né i due si seccarono del suo non eterno riposo. La temperatura laggiù era una delizia. Dormì.
Dormì così pesantemente che non s’accorse d’esser rimasto solo. Gli altri due avevano dovuto andarsene.
Ma si svegliò sicuramente quando i fratelli Fossato, dell’Impresa funebre omonima, tentarono di ricomporlo in maniera più consona ad un cadavere. Ci furono urla, strepiti ed una sommessa bestemmia, bisogna ammetterlo. Si erano sbagliati, certo! Anche per colpa di quella giacca grigio scuro. Le mostrine rosse con l’Alabarda della città non le avevano notate.
Tutto si risolse con una bevuta, sempre qua, da Mildo. Non ci furono conseguenze, solo quel soprannome così meritatamente guadagnato. “
“ Era un tipo !”- assentì Alfonso che, ormai in pensione da molti anni, non aveva voluto mancare.
“Il giorno che fu fatto custode io c’ero. A tutte le matricole capita di dover accettare qualche scherzo ed anche un neocustode del Camposanto doveva sottostare alla regola. Per tutto il pomeriggio gli raccontammo le leggende che conoscevamo. Gli raccontammo di come si poteva vedere, ogni sera, il dottor Sruber aggirarsi, con tanto di stetoscopio e valigetta, tra le lapidi del Campo F per verificare lo stato dei suoi pazienti, oppure della bambina che giocava col cerchio nel vialetto a Nord del Campo R cantando una dolce canzoncina.
Ovviamente il dottor Sruber era morto da trenta anni e la bambina, oh lo vedevi subito che quel vestitino era un’ottima fattura del negozio Altenbrau, distrutto da un incendio nel 1879. Non gli tacemmo la pericolosità dell’aggirarsi al tramonto lungo il viale Monumentale. Da quelle parti i fantasmi erano più malevoli.
Aldo, neocustode, sorrise dei nostri racconti e ci sfidò: avrebbe fatto il giro di tutto il cimitero mezz’ora, no, un’ora dopo il calar del sole !
C’era cascato. Ci cascavano tutti. Tutti volevano dimostrare quanto fossero coraggiosi i giovani e quanto creduloni i vecchi.
Alle venti e quarantadue, baldanzosamente, s’avviò al vialetto numero otto. Senza farci vedere lo seguimmo. La sua spavalda sicurezza sparì dopo l’incrocio col viale Ovest del Campo E. I suoi passi si fecero guardinghi davanti al viale Est sotto il Campo L.
Ci eravamo quasi stancati di seguirlo quando scorgemmo una figurina sottile ed elegante che gli si avvicinò. Aldo, con fare calmo dopo averla ascoltata, le indicò l’uscita. Così accadde che quella ci passò proprio davanti e ci regalò anche un vago cenno di saluto. Rimanemmo impietriti. Me la ricordo come fosse ora. Il vestito era lungo e chiaro. Il ferreo bustino le conferiva un’andatura marziale che solo il leggero ondeggiare dell’ombrellino riusciva ad addolcire. I lunghi capelli neri rispondevano al quel movimento con un ritmo tanto lento da sembrare una scena al rallentatore. Anche le ciglia si abbassarono molto, molto lentamente.
Aldo, intanto, stava raggiungendo l’unico vialetto illuminato, quello del Campo A, vicino all’entrata.
Ci venne incontro col sorriso del vincente.
Sorriso che subitamente scomparve dalle sue labbra appena gli spiegammo che quella gentile signora altri non era se non la Baronessa Walaska, uccisa dal marito dopo uno scandalo che rese famosi entrambi nel 1861 !
La Baronessa, nativa di Cracovia, era una delle ospiti più celebri del cimitero di Sant’Anna. Solo pochi, fino a quella sera, ammettevano di averla incontrata. Eravamo tutti assorti nei nostri pensieri e non facemmo caso al giovane collega che aveva risolto di svenire.
Quando si riebbe chiese solamente :-Cracovia è in Polonia?- Era un tipo preciso.”
“Ve lo ricordate il giorno dopo?- disse Stanislao, con la lingua impastata dal Refosco – Ve lo ricordate ? Quando lo sentimmo che ci chiamava dal XXI credemmo fosse lui a voler fare uno scherzo, ma lo raggiungemmo. Aveva sentito dei tonfi provenire dalla tomba, appena ricoperta, di un certo Sbadaffi. Sembrava la solita storia del fantasma manesco ed invece lo avevamo seppellito che era solo in coma ! Lo tirammo fuori e per riconoscenza ci baciò tutti!
Uno schifo.
Venne spesso poi a giocare a dama con Aldo, almeno fino all’anno dopo quando, per davvero, morì.”
I bicchieri si riempivano e vuotavano con ritmo più lento e anche le lingue cominciarono ad essere meno sciolte. Qualcuno raccontò ancora qualcosa, qualcun altro salutò. Un paio si sedettero in fondo a parlarsi addosso.
A quel punto Lele, il barbiere, si sentì malinconicamente ubriaco e, non avendo alcuna voglia di discutere con sua moglie, non si diresse verso casa, ma decise che due passi e un poco d’aria notturna gli avrebbero fatto bene. Non seppe neanche lui come, ma si ritrovò al solito posto per la solita partita.
Era comodamente seduto al tavolino che Aldo aveva preparato per loro davanti alla saletta dei guardiani. La damiera e tutte le pedine erano pronte.
Una tenue luce, dalla provenienza sconosciuta, illuminava solo il gioco. Lele stava gustando quell’aria tiepida con l’espressione idiota di chi è felice, quando venne la signora.
Era una bella donna con un lungo vestito chiaro. Si sedette impettita, appoggiò l’ombrellino estivo all’angolo del tavolino e, con un sorriso, mosse la sua prima pedina.
“ La dama polacca…la Baronessa…”- disse piano Lele.
Ma quella non sembrava far caso a quel ometto tanto brillo da faticare a star seduto. Anche se era un sogno Lele cominciò a giocare. La signora sorrideva e muoveva le pedine sfiorandole appena. Anche la mano del barbiere s’era fatta lenta. Non aveva bisogno di pensare alle mosse, le dita sapevano cosa fare come gli capitava quando tagliava i capelli parlando di calcio. La Baronessa sfiorò ancora la damiera e Lele capì che la mossa tanto attesa doveva essere quella. Ma ora, ora non sapeva cosa fare! Sentiva che qualcosa d’importante stava per succedere, ma non si decideva. La dama di Cracovia aspettò con la pacatezza di chi ha tutta l’eternità a disposizione. I suoi occhi mollemente si chiusero e si riaprirono. Due pupille nere e senza luce lo fissavano.
Lele era indeciso.
In quel momento di silenzio assoluto una voce calma e profonda consigliò: “ Lele, magna !”
Era la voce di Aldo Buonanima ! Nello stesso istante la candida dama polacca sfilò dall’ombrellino un lungo coltello e lo piantò, con grido terribile, al centro della damiera !
Urlò ancora, frusciando via, parole sicuramente infuocate per chi avesse inteso il polacco, ma a Lele bastò il tono.
Paura? Terrore? Orrore? Non so quale sia il termine esatto, ma attraversò come un’onda la mente del barbiere.
Il mattino dopo lo trovarono davanti alla saracinesca del suo locale con una damiera sotto al braccio. Un pugnale era conficcato nel legno ed aveva ucciso quella dubbiosa pedina.
Gli spiriti del Monwumentale non erano per nulla socievoli.
Il dottor Fusani diagnosticò qualcosa, ordinò riposo. Passò un mese e il quartetto si riformò. Lele non sembrava più lo stesso, ogni tanto il suo pensiero si perdeva e parlava di una bella signora dai capelli neri, ma ora giocava e giocava bene.
Quella piccola regola aveva smesso di essere un problema. Vinceva anche. Alcuni dissero che giocava bene come Aldo Buonanima, buonanima.
All’osteria da Mildo ora raccontano questa storia ai nuovi assunti del cimitero, ma nessuno di loro ci crede e, per contrasto, fanno i coraggiosi. Ci cascano, ci cascano sempre tutti. Ma un giorno forse dovranno anche loro imparare a giocare con la Dama Polacca.


admin




Name:
E-mail: (optional)
Smile: smile wink wassat tongue laughing sad angry crying 

| Forget Me