21 Jul 2010

Sto invecchiando...

Sto invecchiando. E mi sembra di dire qualcosa d’interessante.
Sono più di cinquant’anni che sto invecchiando e me ne esco oggi così? Sì. Mi sono ricordato un fatto di molto tempo fa. E’ un segno, no? Ve lo racconto anche se il solo farlo mi farà invecchiare ancora di più. Il ricordo di Via Santo Stefano e l’incontro con Lucio Dalla mi ha riportato alla mente un altro aneddoto. Quell’estate mi capitò di essere in Inghilterra con una nazionale di calcio giovanile.  Ho già scritto qualcosa a questo proposito. Per chi abbia voglia di fare il gambero su questi schermi si intitolava “Il posto delle fragole”. Dunque.
La nostra nazionale doveva incontrare alcune squadre professionistiche con l’intendimento di imparare da quella esperienza di calcio inglese. Nel 1969 era molto in voga il gioco atletico della “Perfida Albione”. Andammo a imparare. Da Londra partimmo con il treno per Sheffield, patria dello Sheffield United FC. Furono 285 chilometri di verdi pascoli, rosse ciminiere, vacche pezzate e verdi stazioncine. Non vidi la città. Mi è capitato di continuo quando giocavo al calcio. Vedevo gli stadi e magari solo dall’interno. Ero come quei turisti che vanno a visitare Alcatraz.
Questo però era una bella costruzione in mattoni rossi. Il campo non aveva la pista attorno, non aveva niente, a quell’epoca non avevano neanche una rete per dividere gli spettatori paganti  dagli eroi pagati. Molti campi erano fatti così in England e avevano un’altra particolarità rispetto ai nostri: erano anche la sede del Club, con annesso museo e ristorante, uffici e bar, sala giochi e rivendita di sciarpe, bandierine da scrivania, fotografie e cuffie di lana. Non si vendevano maglie e cappellini, ma portachiavi e agendine. Che mondo lontano.
Dopo la partita un’altra tradizione forse mutuata dal rugby: lo Sheffield United ci invitò a bere e mangiare qualcosa nella sala ricevimenti al quarto piano della costruzione. Dall’alto, bevendo un thè con contorno di fette di pomodoro, vedevi il campo verde e gli addetti che rimettevano a posto le zolle.
Alcune personalità della città vennero a congratulrsi della nostra sconfitta e tra queste spiccò la figura di una donna, non l’unica in quel frangente, ma sicuramente la più affascinante. Alta, calzoni e camicetta bianca, ballerine di corda, sorrideva e brindava con noi convincendoci che ne era convinta. Era Sandie Shaw. La cantante inglese più famosa e di successo in quegli anni.
Mai dirò di chi fu l’idea e mai farò i nomi di chi la mise in pratica. Ricordo i nomi dei quattro miei compagni di squadra e, soprattutto, ricordo lo sguardo gelido che la suddetta cantante mi regalò girandosi.
Mai mi sentii così, ingiustamente, giudicato indegno del consesso umano. Bloccato da quegli occhi e dalla scarsa conoscenza della lingua, non riuscii a dire parola. Rimasi là con il mio thè e una fettina di pane nero. Il pomodoro era scivolato a terra per far compagnia al mio ego.
Era successo che una mente sopraffina aveva raccolto attorno alla Shaw altre tre esseri sopraffini e quei due che le stavano alle spalle le avevano palpato il sedere. Dopo un momento si girò. Fu così lenta perché era inglese o perché era abituata a cose del genere nel mondo dello spettacolo? Mentre stavo domandandomi questo i due erano spariti lasciando alla sua vista un diciannovenne imbranato e più meravigliato di lei. Sandra Ann Goodrich, detta Sandie Shaw, ne aveva ventitre.
L’avevo rimosso, ma girando per Google ho visto la foto e quello sguardo mi è sembrato ancora lo stesso. Uno stiletto di ghiaccio. Solo per me.

SandieShaw1.jpg


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