19 Jan 2009

Mont Uant

Prefazione di Walter Chendi

E’ sempre la solita storia.
Se qualcuno mi chiedesse come si fa ad inventare una storia, la mia risposta sarebbe: non lo so. Ne ho scritto alcune e credo di non averne mai inventata una perché le ho sempre trovate. Tra le foto di famiglia, sullo scaffale dove tengo ancora i libri di scuola, tra i vecchi segni lasciati sul tavolo dell’osteria che non è diventata ancora un “Pub”, le storie sono là, inserite tra le altre, quelle scritte o raccontate, quelle cantate o magari tra quelle appese ai muri.
Alcuni anni fa ne trovai una vicino allo studio del Maestro, o meglio come mi corresse lui, del maestro. Ero andato a fargli visita, nel suo studio sotto i tetti, e dopo qualche ora di utili consigli, scendendo, vidi quell’affare un po’ contorto infilato nella catena di una bicicletta appoggiata al portone. Tornato a casa lo stirai un po’ e si rivelò una piccola novella di otto pagine.
La tengo ancora aspettando di trovare ruote giuste per farla correre.

Walter Chendi

METAFORE ESISTENZIALI

Che cosa passa nella mente di un uomo, pochi momenti prima della sua morte, o addirittura nel momento in cui si rende conto di star per morire? Argomento intrigante, non raro in letteratura (v. ad esempio La donna al punto, ossia in punto di morte, di Elio Bartolini) o in certi fumetti, come ad esempio in quel capolavoro che è La vera storia del mi-lite ignoto di Jacques Tardi. Tenia affrontato ora con notevole dignità dal quella specie di autore "irregolare" che è Walter Chendi. Il quale affronta in questo suo ultimo libro tre storie distinte, tutte intitolate a un monte. Ma, come si comprenderà alla lettura, questo elemento unificatore è anche e soprattutto la metafora delle "montagne", con le loro tremende scalate, alle quali chiunque si può trovare di fronte, nella propria vita. Abbiamo dunque qui tre storie: ma unico è l'oscillare fra la realtà e le ossessioni fantasmatiche di ogni singolo protagonista, le quali sembrano volta a volta il rifugio tramite il quale egli tenta di sfuggire agli orrori: quelli del ricordo, quelli della realtà circostante. Siano essi il campo di concentramento nazista o la guerra d'Algeria o le violenze sui bambini, gli orrori nella ex Iugoslavia e tanto altro... Tutto delineato sia con quel tratto grafico tipo linea chiara che caratterizza il lavoro di Chendi, sia - soprattutto - con uno stile narrativo maturo e compunto che ha fatto dire a Vittorio Giardino, nella sua prefazione al volume, che è "tutto perfettamente chiaro. Complicato e semplice nello stesso tempo, profondo, esemplare, perfetto. Pagine di una bellezza lancinante". Un parere così autorevole che non è il caso di aggiungere altro. (g.b.)
Walter Chendi, MONT UANT, Ed. Lizard, Roma, 2005, 92 pp. O col., f.to 17X24, bross., Euro 15,00
[s.i.p.].

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LE MALDOBRìE & MONT UANT

CARTOON

di Piero Zanotto

Un umorismo arguto con punte anche di amaro sarcasmo trasferito in storie importanti narrate in sequenza di quadrettti

Il segno nobile del fumetto

WALTER CHENDI

È scherzosamente sintetico Chendi, disegnatore di fumetti tra i più personali del nostro tempo (è fiero d'essere stato "allevato" alla scuola di Vittorio Giardino, al cui stile dice d'essersi ispirato) nel tracciare la propria bio-grafia. Dice ancora che smise di fumare a 38 armi accorgendosi che il fumetto era quel che gli restava da fare. Ancora parole scherzose, una tendenza all' umorismo arguto, con punte tuttavia anche di amaro sarcasmo, trasferita in storie importanti narrate in sequenza di quadretti.
Quattro, soprattutto, quelle sfornate negli ulti-mi anni. Esempi che si allineano nel senso più nobile a quella che Hugo Pratt amava definire "letteratura disegnata". Meditando sul suo lavoro, soprattutto sui tre racconti che compongono il volume Lizard che prende il titolo da uno d'essi - Monte Uant - il citato Giardino scrive in presentazione: "Mi vengono in mente le parole 'flusso di coscienza" e certo non è un caso che Chendi abiti vicino a Meste, città dove ha vissuto Svevo, dove ha abitato Joyce e dove è nata la psicanalisi in Italia".
Monte Uant viene dopo Vedrò Singapore? ch'egli ha ricavato dal romanzo omonimo di Piero Chiara. Entrambi visitazioni del passato. Con estensioni "esotiche" ma teneramente e drammaticamente ancorate alle realtà del Litorale triestino e istriano. Terre venete. Vediamo prima Mont Uant. Abbiamo detto che si tratta di tre racconti, in qualche modo uno legato all'altro. Chiarisce l'autore: Mont Uant è una cima non altissima, ce ne sono di impervie e di veramente spaventose dalle mie porli, ma è una quota molto solatia al
rito d'iniziazione che, in frnri,glia, pare d'obbligo. Alcune salite ti fanno guardare molto più attentamente la strada che fai, quella che hai fatto e quella che vorresti fare. Mont Uant è una di queste. Quando fatichi veramente e sudi tra le rocce ti accorgi che il piacere di vivere può anche essere solo appoggiare bene il piede per il prossimo passo.
Monte simbolico. Per raccontare l'uscita in salita di un uomo dalla malattia che poteva in breve ucciderlo. E' così anche negli altri due: Mont On Ton e Mont Saù. Che tuttavia trovano sviluppo in differenti direzioni. Nel primo un uomo, guardiano presso un Gruppo d'Assicurazione, in solitudine a pochi minuti dalla scoccare della mezzanotte dell'ultimo giorno dell'anno, si trova a fare i conti col proprio passato: di quand'era fanciullo e più tardi, ormai uomo, anche in servizio militare in Indocina.

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