19 Jan 2009

Le Maldobrie

FUMETTI Lizard pubblica il suo «Vedrò Singapore?»

LA VECCHIA TRIESTE A FUMETTI

di Claudio Bisiani

Parla Walter Chendi, l'artista che ha disegnato le opere di Carpinteri & Faraguna.

RACCONTA DI ESSERE NATO a Trieste i19 febbraio del 1950, di buon mmattino, in una giornata di bora scura Walter Chendi è uno dei più noti disegnatori di fumetti in città e non solo. Il suo tratto, netto, pulito, quasi caricatura. le - che gli è valso la stima di un "maestro della matita" come Vittorio Giardino - si adatta perfettamente alle storie da lui disc gnate. Non ultime quelle che lo hanno portato a realizzare un nuovo capitolo delle celebri novelle di Carpinteri & Faraguna "Maldobrie a fumetti 2", volume da poco uscito nelle librerie per le Le edizioni Luglio.

Walter Chendi, da quanto tempo disegna fumetti?

"Ho cominciato; una decina d'anni fa, ma soprattutto questi ultimi tre, quattro anni sono divenuti per me molto importanti. Partendo infatti dalla trasposizione a fumetti di "Vedrò Singapore?" di Piero Chiara, si è man mano formato anche l'ampio progetto delle Maldobrie che mi impegneranno, penso, per un bel po' di tempo. Poi, quasi per caso, è arrivato anche un nuovo soggetto di mia invenzione, "Mont Uant", di cui ho scritto tre racconti che avevo in mente già da alcuni anni e che adesso ho raccolto in un volume".

Parlando delle Maldobrie, perché questo secondo libro a fumetti?

"Sinceramente è un po' come la saga di Harriy Potter. Da molti anni le progettavo e volevo disegnarle. Le Maldobrie sono complessivamente 254, storie impossibili da realizzare tutte perché solo alcune di esse sono "fumettabili". Diciamo che forse una cinquantina di novelle potranno essere disegna-te e con un ritmo di 5-7 all'anno prevedo una serie numerosa di pubblicazioni. Tl problema è unicamente di "tenuta", perché il lavoro è lungo e assai impegnativo...".

Quali storie ci racconta in questo secondo volume?

"Le storie continuano un po' quelle del primo libro, basandosi proprio su "Le Maldobrie" di Lino Carpinteri e Mariano Faraguna. Il personaggio principale è sempre quello di Bortolo che racconta alla credulona siora Nina, avventure, eroismi e fatti sciocchi successi a lui e ad altri, soprattutto comandanti e marinai di Cherso o lussino nei primi anni del '900. E' uno zibaldone di storie con varie cose e situazioni, ma d'altra parte chi conosce le Maldobrìe sa che sono difficili da de-scrivere. Il prossimo anno alcune novelle saranno basate anche su "L'Austria era un paese ordinato", altro storico successo di Carpinteri&1'araguna".

Si pensa che il fumetto sia un prodotto per giovani, invece nelle Maldobrìe si parla di un mondo che fu e adesso esiste solo nei ricordi. A chi è rivolto allora il suo libro?

"Molti credono che il fumetto sia indirizzato solo ai giovani, ma una gran parte del mercato è mirato ad un pubblico adulto. Anche le Maldobrie a fumetti penso abbiano lettori principalmente quarantenni che dovrebbero conoscere già qualcosa di queste storie, ma mi auguro che anche i giovani possano riceverle
in regalo, magari da un nonno, e da queste poi siano stimolati a comprare i vecchi libri originali. Il discorso, poi, è molto simile a quello, ad esempio, del cinema. A chi è. indirizzato un certo film? Esistono film per bambini, altri per ragazzi, ma ce n'è un gran numero invece solo per un pubblico maturo”.

Cosa c'è nel futuro di Walter Chendi?

"Adesso ho in cantiere un progetto che si chiamerà "Est-Nord-Est", una storia di 90 pagine a colori sulla bora. Per noi triestini significherà parlare di una cosa nota, ma per gli altri spero vorrà dire qualcosa di diverso. Uscirà nell'ottobre del 2006 per la Casa Editrice Lizard. E poi ho già iniziato le "Maldobrìe 3": ci vogliono parecchi mesi per realizzare opere di questo tipo. Infine vorrei disegnare altre due storie che per svariati motivi ho sempre
dovuto rimandare.

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LE MALDOBRìE & VEDRO' SINGAPORE

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FUMETTI Lizard pubblica il suo «Vedrò Singapore?»

Walter Chendi, un autore per tutti i romanzieri

di Giovanni Prensipe

II triestino Walter Chendi colpisce ancora. E questa volta centra il bersaglio con ancor maggiore efficacia della volta precedente. La quale corrispondeva alla sua trasposizione fumettata di un romanzo tutto estri e ironie come Vedrò Singapore? di Piero Chiara. Adesso tocca di nuovo a un'opera letteraria, ancora da lui trasposta con gusto e competenza, ma tratta da un lavoro vernacolare, ossia Le Maldobrìe di Carpinteri & Faraguna. Ed è palesemente un peccato la circostanza che si tratti di un fumetto dalla fruizione circoscritta, per sua stessa natura, grazie al fatto di esprimersi in «lingua» triestina. Ciò che ne limita notevolmente la diffusione, privando così ipotetici lettori «nazionali» di una creazione gustosa, divertente e graficamente molto gradevole. Ma che conferma per lo meno un aspetto positivo e intelligente di Walter Chendi: il quale, ormai maturo come disegnatore, si affida alla propria competenza professionale per la sceneggiatura, ma si rifà a soggetti già validi in sé, quali sono opere letterarie collaudate. Ciò che non si può dubitare, naturalmente, delle creazioni né di Piero Chiara, per un verso né, dall'altro, della coppia Lino Carpinteri e Mariano Faraguna, di piglio e impostazione abbastanza differenti.
Quanto a Piero Chiara (Luino [Varese] 1913 - Varese 1986), è stato autore popolarissimo specie negli anni Settanta e c'è forse da rimpiangere che sulla sua opera si sia attualmente steso un velo d'ombra. Del resto, fu una parabola singolare, la sua. Magistrato, ma con interessi letterari, decise a cinquant'anni di dedicarsi a tempo pieno alle lettere. Pubblicò dunque un primo romanzo, Il piatto piange (1962), al quale arrise subito il successo. Scrittore realista, portato alla indagine della vita e delle psicologie tipiche della provincia, sapeva scrivere in maniera assai fluida e condire le sue trame con il grottesco e l'ironia. Per cui vari dei suoi titoli trovarono facilmente una trasposizione cinematografica, a volte con notevole successo di
pubblico. L'elenco dei suoi titoli è molto nutrito, a cominciare dai romanzi: La spartizione (1964); Il balordo (1967); I giovedì della signora Giulia (1970); 11 pretore di Cuvio (1973); La stanza del vescovo (1976); Il cappotto di astrakan (1978); Una spina nel cuore (1979); Vedrò Singapore? (1981) e Saluti notturni dal passo della Cisa (1987). Sono invece racconti: L'uovo al cianuro (1969); Sotto la Sua mano (1974); Viva Migliavacca (1982) e 11 capostazione di Casalino (1986). Nel 1978 ha pubblicato anche una Vita di Gabriele D'Annunzio. Dalla maturità in avanti, dunque, la sua è una biografia da intellettuale, mentre quella giovanile - da magistrato - è da lui adombrata nel romanzo Vedrò Singapore?, che ha suscitato appunto l'interesse di Walter Chendi, per le ragioni accennate più avanti.
Il caso di Lino Carpinteri e Mariano Faraguna, in arte più semplicemente Carpinteri & Faraguna o addirittura C&F, è invece diverso. Triestini entrambi, coetanei nati nel 1924, compagni di università, proprio lì hanno dato vita dal 1945 a un giovanile e goliardico Caleidoscopio. Su di esso si sono fatti le ossa su una scrittura di coppia che li avrebbe accomunati per tutta la vita. Infatti, grazie all'esperienza maturata su quel foglio, vararono poi il settimanale umoristico La Cittadella, che dal 27 marzo 1947 è uscito ogni lunedì con il quotidiano Il Piccolo per oltre mezzo secolo, fino al 26 marzo 2001. Fra l'altro, solo un paio di mesi dopo si sciolse anche la «Premiata Ditta C&F», in quanto il 16 maggio 2001 venne a mancare improvvisamente Mariano Faraguna.
«Premiata Ditta», i C&F Io erano non solo per modo di dire, ma anche in senso concreto, in quanto conseguirono numerosi premi. In particolare, hanno ricevuto nel 1986 il Premio Hemingway e nel 1994 la targa speciale dei cronisti per il San Giusto d'oro. La loro, assai apprezzata a livello locale, fu infatti una attività letteraria notissima. La quale derivava dai volumi - un ciclo che raggiunse i sei titoli - della serie Le Maldobrìe. Si trattava di «storie di terra e di mare ambientate nelle province dell'Impero austro-ungarico», derivate anche da trasmissioni radiofoniche, perché il duo ebbe pure una lunga collaborazione con la Rai. Titolari di una scrittura ironica e divertita, atta a suscitare un po' di nostalgia per «i bei tempi che furono», essi ottennero uno strepitoso successo di pubblico. Peccato che fosse un pubblico limitato, in quanto Le Maldobrìe sono raccontate nella «lingua» locale, il dialetto triestino. Ed è ad esse che si è rifatto Walter Chendi per questa sua ultima trasposizione, successiva a Vedrò Singapore?. Entrambe, però, sono caratterizzate da alcuni punti in comune.
Precisiamo innanzitutto che Walter Chendi (nato a Trieste il 9 febbraio 1950, «al mattino presto, in una giornata di Bora scura») è un irregolare del fumetto, in quanto esercita tutta un'altra attività. In sostanza, è un dilettante di lusso, titolare, per propensione personale, di uno stile che è la coerente fusione tra un sostanziale ammiccamento alla linea chiara francofona (la Iigne claire, per i raffinati) e lo stile di Vittorio Giardino, tanto per dare un qualche riferimento. Ma il denominatore comune di entrambe queste trasposizioni quadrettate di un'opera di origine letteraria è la particolare struttura narrativa: nella quale l'autore fa ampio ricorso al flash-back, che a sua volta è trattato tecnicamente in maniera diversa. In sostanza, entrambe le trasposizioni sono caratterizzate da un tempo della narrazione, dentro il quale c'è un tempo raccontato. E mentre ciò che avviene durante il tempo della narrazione è raffigurato a pieni colori in Maldobrìe a fumetti - oppure in grigio, per Vedrò Singapore? - viceversa, quello raccontato - ossia i flash-back - è raffigurato in morbidi toni color seppia. Il tutto - detto per inciso, perché in fondo ha solo un'importanza tecnica e non concettuale - ottenuto attraverso l'uso del computer, le cui risorse Chendi sa sfruttare con disinvolta abilità.

Premesso questo, veniamo a qualche dettaglio sulle opere. Vedrò Singapore? (ed. Lizard, Roma, 11,50 Euro) è, fra le righe, un po' un racconto autobiografico. Vi si narra come, negli anni Trenta, un giovane impiegato di basso rango dell'amministrazione giudiziaria all'inizio della carriera vada incontro a una serie di peripezie professionali, di amorazzi e amori più seri, di grotteschi colpi di scena, di trasferimenti punitivi da una sede all'altra dell'Istria e del Friuli (ed è questa ambientazione geografica ad avere interessato Chendi). Giungerà a vendicarsi nei confronti di un superiore che lo ha angaggiato ma poi, per salvarsi, è costretto a meditare una fuga, si imbarcherà per Singapore. La trama si chiude qui, non si saprà mai se a Singapore ci andrà davvero... Il lavoro di Chendi è molto zelante e abbastanza
gradevole, ed ha un particolare pregio: quello della caratterizzazione dei volti, che sono molto vari e molto vicini alla varietà reale, della vita. E interessante anche quella che potremmo chiamare la forte componente paesaggistica, ossia l'accuratezza degli sfondi, specie gli scorci di città reali. Gli uni e gli altri - volti e sfondi - sono intuibilmente ricavati sia da fotografie dei luoghi sia dalla attenta osservazione diretta delle persone. Nell'insieme, il lavoro è un po' letterario, in quanto fortemente legato al romanzo di provenienza, una trasposizione molto fedele che forse gli conferisce un tono un po' ingessato. Ma che in compenso tiene alta la qualità del lavoro.
Sono osservazioni che, in parte, si possono fare anche per Maldobrìe a fumetti (ed. Luglio, Trieste, 12,00 Euro), dove però la convergenza fra la natura scherzosa del racconto originario e la maturazione tecnica e artistica conseguita nel frattempo da Chendi ha dato un esito di molto più immediata godibilità. Una precisazione lessicale sul titolo, innanzitutto. Eccone la spiegazione datane da Giorgio Bergamini nella prefazione al volume originario, Le Maldobrìe, edito nel 1966: «Nel linguaggio della gente del Quarnero, mezzo veneto e mezzo istriano, le maldobrìe stavano per «birbonate, gherminelle, ribalderie». Da quali radici verrà mai questa parola? Può darsi si sia formata, così classica e così nostra al suono, attraverso un processo di trasfigurazione da un orecchiato «mali dobro», il «poco bene» dei dialetti croati del contado». In buona sostanza, dunque, si tratta di marachelle, da intendere in tutte le accezioni, da quelle bonarie alle malevole. In effetti il libro è costituito da una serie di brevi sequenze di poche tavole, in ciascuna delle quali è raccontata una beffa, un aneddoto gustoso, un episodio che evidenzia certi caratteri dei triestini (la struttura, pertanto, corrisponde a un libro di racconti piuttosto che a un romanzo). E si tratta di racconti che il vecchio pescivendolo Bortolo - ex navigante che ha trascorso una vita in mare sostenendovi vari ruoli marinareschi - fa alla siora Nina, una donna di mezza età grassottella e un po' candida, che ascolta fra meraviglia e divertimento le imprese giovanili dell'anziano buffi. Qui però Chendi, rispetto alla precedente opera, esibisce una tangibile evoluzione su entrambi i piani, quello tecnico e quello espressivo. II montaggio della pagina è molto più mosso che in precedenza, strutturato su vignette che si succedono con vivace e vario dinamismo sia formale (in quanto differenti per dimensioni reciproche) sia contenutistico, dato cioè da disinvolta alternanza di inquadrature funzionalmente «riprese» in vari piani, dal dettaglio al mezzo busto al piano americano, eccetera. Anche il tratto del disegnatore si è fatto più solido, più sicuro e di conseguenza più coerentemente espressivo. Ne segue dunque, come esito, un'opera compatta e compiuta, molto matura, realistica e grottesca al tempo stesso, ma vaporosa e lieve, grazie a quell'umorismo un po' beffardo che ne costituisce il retroterra. Un fumetto dunque, come il precedente, sostanziato da piena letterarietà, pur nella sua leggerezza. E' solo un peccato che, come l'opera da cui proviene, si esprima verbalmente in dialetto, ciò che ne limita la diffusione. Chissà se gli autori sarebbero disposti a tradurlo nel nostro corrente italiano di tutti i giorni... Sarebbe un esperimento che varrebbe la pena di tentare, perché lo spirito che anima Maldobrìe a fumetti è quel famoso italicum acetum (ironia italica) di cui già si vantavano i nostri antenati latini, riconoscendolo già allora come tratto comune a tutto il popolo italiano.


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