18 Apr 2009

LA COPERATIVA

La scritta metallica in lettere azzurre era lunga e copriva metà facciata della casa. Posta su due vetrine e la porta d’entrata diceva: Cooperative operaie.
I colombi prediligevano la T, le P e le E, penso odiassero la V, le I e le A.
Un negozio come gli altri, ma nel nostro rione, più chiuso di un paese di montagna, era una novità. Nel resto della città, invece, ne esistevano da quasi sessanta anni.
La Latteria, la Panetteria, la Drogheria erano piccoli commerci della signora Olga, del signor Oblak o della signora Raguseo. Cosa dicevi di questo? Che era del signor Operaio? Paradossale. Oppure era del signor Coperativo? E dove abitava il signor Coperativo? Chi era sua moglie? Aveva figli ed a quale scuola andavano?
La mancanza di una figura reale faceva sembrare irreale anche il negozio. Ma c’era. Ed aveva anche delle peculiarità: vendeva prodotti propri, era organizzato da lontano e ostentava d’aver i prezzi migliori degli altri. Effettivamente questa non era una gran particolarità; tutti i commercianti affermavano d’avere i prezzi più bassi della città, ma c’era molta gente che credeva più ai cooperativi. Chissà perché. Forse l’aggettivo ”operaie” risultava molto familiare in molte case. Comunque fosse, anche noi ci servivamo del signor Coperativo. Era visavì, cioè dall’altra parte della strada, di fronte al nostro condominio.
Mio nonno, quella rivendita, la chiamava La MAGNATIVA, perché era una bottega d’alimentari e lui amava il nostro dialetto, ma anche perché era convinto che sempre e comunque qualcuno ghe magnava sora, ci mangiava, ci lucrava sopra. Non capivo cosa volesse dire, stante il fatto che un negozio fosse fatto per guadagnarci, ma ho sempre pensato che mio nonno sapesse cose che nessuno di noi avrebbe potuto intuire.
Nei primi sei mesi d’apertura molti commessi provarono a gestire quel posto, perché sempre di uomini si trattava, finchè una coppia divenne quella fissa in Strada di Fiume al numero 19.
Erano Stanislao Lovratich ed Oliviero Dealdo, subito soprannominati Stanlio ed Ollio, con ovvietà assoluta dato che Dealdo era grasso e Lovratich era secco, anche se più alto dell’altro.
Oliviero, detto Ollio, aveva due nei sulla guancia sinistra. Uno più grande ed uno più piccolo. Affermava ch’erano la Terra e la Luna. Stanislao, detto Stanlio, non aveva nei e non affermava mai qualcosa.
Erano due tipi gentili anche se spesso non mi servivano. Non era sicuramente una questione personale, semplicemente non mi vedevano. Il banco era gigantesco, di marmo grigio, inaccessibile ai miei ottanta centimetri!
La maggior parte delle volte mi facevo precedere da un tonante saluto, perché, contrariamente all’altezza, di voce ero già ben provvisto.
Il primo intoppo l’ebbero il 23 marzo poco prima di mezzogiorno. La primavera era stanca di siccità ed aveva scaricato sulla città acqua bastante ad una metropoli.
“Bòn, cussì no servi lavàr el marciapìe”- disse Stanislao.
“Tiremo fora le tende, cussì se lava anca lore.”- suggerì Oliviero.
Ma quella voglia di pulizia non rientrava dei desideri di alcuni indigeni, se così potremmo chiamarli. Davanti al negozio stava passando proprio la signorina Bevilacqua, maestra alla locale elementare di Via del Mulino a Vento, quando, da alcuni pertugi sconosciuti e da altri noti, uscirono, in cerca d’aria, una trentina di pantigane, sorzi, ratti insomma, con la R maiuscola!
L’urlo della signorina Bevilacqua si fuse con quello della sirena del Cantiere, che spaccava il secondo oltre ai timpani. Fu così che nessuno se ne accorse subito.
Ma al secondo urlo, troppo forte anche per il cantiere, tutti fuori, sotto la pioggia. Uppercut, il barista, era già pronto a colpire chiunque stesse importunando quella signorina. Ma capì subito che a pugni avrebbe risolto poco e ricorse dentro il bar a cercare un Cacciaratti.
Il signor Fabiano, il cartolaio, quasi svenne assieme alla maestra vedendo le maledette bestie puntare il suo locale, leggermente più a monte delle Cooperative.
Un altro urlo, quello della moglie del lattaio, fece però cambiare direzione alle sguscianti e le deviò nuovamente verso l’entrata dell’alimentari, ora militarmente sorvegliata da Stanlio e Ollio armati di scopa e spazzolone.
Fu la prima volta che assistetti a quello sport. Era una sorta di Golf-Criket-Polo, ma senza cavalli. Per fare un punto bisognava lanciare i ratti aldilà della strada, sicuramente. Ma aldilà della strada si era formata spontaneamente un’altra squadra: gli inquilini del numero civico 48, temprati a tutto, data la vetustà delle loro cantine.
Fu una specie di palleggio da fondo campo, come in certi games del tennis, che durò poco, ma che inflisse non pochi dolori alle malcapitate. La maggior parte delle ingobbite neopalle si sparse per tutto il quartiere, solo un piccolo manipolo di testarde volle tornare al beneamato magazzino dei due cooperativi.
E fu anche calcio.
Erano le 12 e 6 minuti quando Giove Pluvio fischiò la fine dell’inondazione e del match. In un attimo le pantigane defluirono, come la piena, nei tombini.
Pochi giorni dopo l’impari battaglia, la sfortuna tentò di fare la prima vittima del lavoro nel nostro rione. Stanislao Lovratich non si poteva definire una mente acuta, ma era certamente un buon uomo ed un buon lavoratore. Aprile era già caldo e tentava di mietere le sue vittime nel banco dei salumi. In modo particolare sembrava volesse accanirsi sulle salsicce.
Era appena scoccata l’ora della chiusura pomeridiana. Ollio aveva salutato l’ultima acquirente , il collega Stanlio ed era salito sulla sua Vespa verde zucchina.
Le salsicce guardarono Stanislao e Stanislao guardò il sudore delle salsicce.
“Non posso lassarle cussì, con ‘sto caldo!”- pensò il nostro e le raccolse per portarle alla stanza frigorifera, dov’erano conservati i casoni della frutta, il burro, un paio di formaggi e la torta della signora Budinich, per la festa del figlio undicenne.
Capitò così che la cintura del grembiule s’impigliasse nella maniglia della porta isolante e che, in un attimo, chinatosi per poggiare il carico, Stanlio si ritrovasse chiuso dentro con il solo filo di luce che penetrava dalla finestrina di spesso vetro.
All’epoca credo che quelle porte non avessero ancora una maniglia interna per prevenire casi niente affatto rari come quello. Il nostro commesso non era però interessato tanto alla statistica che stava incrementando quanto alla sua temperatura che stava decrescendo.
Alle 15 e 56 Oliviero tornò.
S’accorse subito che qualcosa non andava, infatti il negozio era già aperto ed era lui che arrivava sempre quattro minuti prima per farlo.
Quando vide la cinta blu pendere dalla maniglia della cella frigorifera, in un attimo, capì e tirò fuori il suo amico rincuorandolo a modo suo: “Mona de un mona! Cossa te vol diventàr, un ghiaciolo? Noi no vendemo gelati, mona!”- Le giornate buone e quelle meno buone si susseguirono portando più esperienza ai due commessi e meno diffidenza ai 914 potenziali clienti.
Appurato, però, che i problemi degli altri sono molto più interessanti di quanto lo siano i successi, noi ne ricordiamo solo i primi, lasciando a loro di ricordare solo i secondi.
“Chi no fa, no fala.”- Chi non fa non sbaglia, diceva il nonno.
Così ci fu il giorno che l’acqua dei cappucci lessi rovesciata in strada; una puzza tale non la si sentiva da quando gli alpini portarono i loro muli a pascolare dietro casa nostra. Ci fu il giorno delle serrande che non s’aprivano e della gente in fila ad aspettare che Stanlio, il più magro, riuscisse a scivolare dentro la finestrella superiore del magazzino. Ci fu il giorno della damigiana d’olio che s’era rotta sul camion e di Ollio ch’era venuto alle mani con l’autista che la voleva mettere in conto come fosse stata scaricata.
Ci furono i giorni del vino.
La pasta, i pomodori in scatola, l’olio, la farina, erano articoli che chiunque avrebbe acquistato da loro, ma il vino! Il vino si comperava dal Venessiàn, l’oste dietro l’angolo! Lui vendeva vino vero, profumato, sfuso, che si poteva assaggiare facendosi un ottavo al banco. Banco di legno.
In Cooperativa avevano quello imbottigliato, col nome sopra, sulle’etichetta. Ma non quello dei signori, col tappo di sughero! Quello col tappo-corona. Il tappo di metallo!
Un insulto per i buongustai della periferia est che non ne volevano sapere.
La distribuzione era stata decisa dal Coordinamento Operaio di Carico e Scarico delle Cooperative e, quindi, la soluzione non si presentava semplice. Le 360 bottiglie si dovevano vendere.
“Ma el vin xe bòn!”- diceva Ollio.
“Mi me piasi sfuso!”- ribatteva Tojo o Pepi o Mario o Piero o comesichiamavaditurno.
“Bisogna far qualcosa.”- diceva Ollio.
Stanlio non diceva niente.
Innanzi tutto bisognava parlare con la concorrenza per tentare di capire la psicologia dell’otavo, la filosofia del quarto, la tirchieria del mezolitro, la familiarità del litro e la beatitudine del duelitri. Quando, fatti centocinquanta metri, giunsero davanti alla porta del Venessian, trovarono Marco Braganera mentre stava sciacquando una piccola botte in strada.
Alla vista di quell’acqua rosata, che stava profumando il tombino, Ollio ebbe una crisalide d’idea che al tepore dello spirito commerciale dell’oste divenne un’idea capace di volare.
La gente voleva il vino sfuso? Bene, bastava rendere meno monarchico il loro: togliere i tappi corona. Fecero un piccolo trasporto notturno. Eseguirono un preciso travaso pur lavorando quasi al buio. Tutto perfetto, ma il signor Braganera aveva notato qualcosa di strano.
Il suo naso, così avvezzo agli effluvi di Bacco, s’era sentito confuso durante il riempimento di quella botte. Stanislao, infatti, aveva messo del suo nell’attuazione di quel progetto. Aveva preso e caricato le cento bottiglie che erano pattuite, ma, complice anche il buio della sua mente, lo aveva fatto senza nessun criterio se non quello di contarle. Aveva preso le prime cento ch’erano sotto il banco, nella fila davanti. Cento bottiglie di Refosco, Merlòt, Tocai, Malvasia, Chardonnay e Cabernet e chissà cos’altro, che ora erano diventate Sfusovenessiàn. Ollio, dichiaratosi più volte pentito d’aver tirato
Stanlio fuori dalla ghiacciaia, chiese: “ Cossa femo ‘desso?”- tradotto in:” Cosa facciamo ades-so?” per gli stranieri come Braganera.
L’oste, abituato a quei liquidi ed a come darli a bere li tranquillizzò :”Ci penso io. Avevamo detto che compravo questo carico al sessanta per cento, beh, facciamo che, questo misto, lo prendo al quaranta e vediamo come và.” Affare fatto. Il giorno dopo molti dei soliti litri da asporto appartenevano a quella botte tanto speciale. Il Maresciallo a riposo Lo perfido Odoacre dichiarò che il Rosato del Vessiàn migliorava sempre, specialmente l’ultimo che era stato spillato da quella piccola botte: “ Una sciccheria !”
Danilo, habituè del banco, fu molto soddisfatto: “ Ma che vin xe? Me par e no me par roba che go zà bevù.” – chiese curioso. “ Ah, te dirò solo che posso averghene poco ala volta.” Tojo Scalìn sentenziò, come al solito: “ Acqua, solo acqua, l’ultimo bicèr bon lo go bevuto a Catania, durante la guera!” I giudizi positivi erano però la maggioranza. Fu così che quelle prime cento bottiglie a 180 lire l’una, divennero settantacinque a 300 lire, poi a 360 ed infine a 400, ma con tendenza al rialzo. Fatti due conti Marco Braganera s’era guadagnato quasi ventimila lire e non era per niente male. Così ora toccava a lui chiedere a Stanlio e Ollio che ne portassero ancora. I due coperativi non speravano altro, ma c’era un ma.
Ma te se ricordi con cossa jera fata quela miscela?”- chiese Oliviero. “No, ma jera de sicuro le bottiglie dele prime file.”- rispose sicuro Stanislao. Guardarono sotto il banco. Non erano stati molto attenti quando avevano stivato le bottiglie ed ora Si ritrovavano con dubbi sul da fare. Braganera tornò in loro aiuto: “ Non preoccupatevi, affidatevi al caso!” E così fu fatto.
Lo perfido Odoacre sentì, in quel Rosato, anche il sapore di un Cirò rosso, vino delle sue parti, ed una punta di Amarone di Valpolicella. Ne comprò dieci litri. Danilo ebbe modo di confondersi ancora più di quanto lo fosse stato con la prima botte. Tojo Scalìn risentenziò: “ Acqua, solo acqua, l’ultimo bicèr de vin bon lo go bevuto durante la guera, a Catania.” Il maestro Grassiniaveva lodato il nostro clima e le nostre terre che riuscivano a dare un vino “… aspro come le pietre bianche del carso e sanguigno come la forza della Bora che s’incunea fra i contrasti della città.”- Così parlava il maestro Grassini.
Non era importante che le due botti fossero uguali nella sostanza, ma che lo fossero nella loro unicità. “ La qual cosa vi dimostra che ogni intenditore sa cosa trovare se gli si da modo di cercare.”- filosofò Marco Braganera. Stanlio e Ollio approvarono senza remore, spingendo nuovamente la carriola del terzo carico di Speciale da asporto a 475 lire al litro.
Il carico numero quattro fu l’ultimo in tutti i sensi. Primavera inoltrata, tempo di raffreddori e quello che aveva colpito l’oste era stato tremendo, con febbre alta anche, altrimenti il fatto non sarebbe accaduto. Primavera inoltrata, tempo di matrimoni e quello al quale aveva partecipato Oliviero, il giorno prima, era stato tremendamente allegro. Era ancora a letto a smaltire la sbornia, altrimenti il fatto non sarebbe accaduto. Primavera inoltrata, tempo di novità, Stanislao stava benissimo e si ritrovava capo-commesso. Si ordinò di finire quel benedetto vino con tappo-corona e, subito, ubbidì. Delle iniziali 360 ne erano rimaste sessanta, ma non era un genio in matematica e non badò, come le altre volte, alle etichette.
Contò faticosamente cento tappi e, sempre nottetempo, li portò al Venessiàn, Venessiàn che poi ammise di non ricordare neanche d’aver aperto la cantina quella notte. La piccola botte, nuovamente carica, sparò tutti i suoi proiettili in quel fatidico martedì. Venne mercoledì. Loperfido Odoacre si ricordò d’essere il Maresciallo Loperfido Odoacre della Guardia di Finanza al primo bicchiere. “ Marco Braganera detto Venessiano, di anni quaratasette, domiciliato in Via del Mulino a vento, mi favorisca le bolle di consegna di codesto intruglio!”- tuonò, appena rimesso piede all’osteria. Danilo si dichiarò sicurissimo di cosa avesse bevuto. “ Aspetto che esca il Maresciallo e dopo ce la vediamo da uomini.”- mai sentito Danilo parlare in grammaticale. Il maestro Grassini non riusciva a capacitarsi del perché “… una grande e geniale città come la Serenissima possa aver generato un cojòn come vù, mona de un mona!”- mai sentito il maestro Grassini parlare in dialetto. Tojo Scalìn sentenziò:” Orpo! Come quel de Catania, proprio come quel de Catania. Te ga ancora?” Ma fu l’unico.
Le quaranta bottiglie, tappo corona, che erano servite a formare, per la quarta volta, le cento, erano Aceto rosso di Gorizia, Aceto bianco di Aquileia e Aceto indefinito desotoelbanco. Ci fu il giorno del Redderationem.
Ci vollero molti mesi per ricostruire la professionalità del Venessiàn, anche perché due li passò al Coroneo, carcere mandamentale.
Di Stanlio e Ollio persi le tracce, erano stati trasferiti. Peccato perché erano gentili e, passata l’estate, cresciuto un poco, avevo cominciato a vedere oltre il bancone, quello gigantesco, di marmo grigio. 


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