11 Jul 2009

LO SQUALO

“Alla diga”, così si chiamava lo stabilimento balneare che era situato su una delle dighe foranee a difesa del porto.
C’era stata poca fantasia nella ricerca del nome, ma ottima organizzazione, per quegli anni, nel mandare avanti quell’attività così semplice, all’apparenza.
La Diga era a circa trecento metri dalle banchine del porto, ma l’acqua era limpida e ci sembrava di essere in alto mare. Un’isola, ecco cos’era in realtà e se avessimo osato in fantasia avrebbe potuto trasformarsi in quella di Stevenson, con pirati e cannibali, un tesoro e un paio di rifugi dai quali spiare senza esser visti. Il luogo era notevolmente affascinante. Dalla parte del mare aperto c’erano scogli ed una piccola spiaggia di ghiaia. Lo stabilimento era al centro e sembrava un fortino. Dalla parte della città solo il nudo cemento faceva compagnia ad una vecchia nave da carico più rossa di ruggine che nera di pittura. Bastava osare il volo fantasioso di un’arrampicata sulle gomene per poter impadronirsi dell’Hispaniola.
Se avessimo osato, ma l’età del nostro osare non era ancora arrivata. Si sbirciava, qualche volta, oltre il muro verso le cabine delle femmine, c’erano sezioni separate per le cabine all’epoca, ma trovavamo sempre qualche cerbero, travestito da ingombrante signora, a sviarci dal raggiungimento della conoscenza.
Erano tempi in cui dovevamo imparare a nuotare prima di avventurarci in mari così impegnativi.
Un’isola, dicevo, che raggiungevamo grazie ad un servizio di motoscafi. Così li chiamavamo. In effetti erano dei barconi, sul tipo delle scialuppe di salvataggio, con motori diesel.
Portavano una trentina di persone e ne potevano affumicare almeno il doppio. Facevano continuamente la spola tra i desiderosi di mare e gli appagati. La traversata durava poco più di due minuti, ma la prima volta sbarcai come se avessi fatto l’Atlantico in solitaria. Le gambe mi tremavano e l’odore di nafta non aiutò. Vomitai sul primo gradino dell’attracco.
Mio padre, che era stato in Marina, sentenziò che a stomaco vuoto si nuota meglio. Che esperienza.
Ancora oggi se sento quell’odore cerco il gradino.
Per fortuna il Bagno alla Diga era molto stabile sotto i piedi. Chissà perché mi ero fatto l’idea che una diga potesse galleggiare!
Il mare era bello.
Salire in fila, pagare, dividersi dalla mamma, lunghi corridoi di cabine bianche, odore d’olio, ancora quello della nafta lontana, sussurri, aria, far presto, gli spaghi del costume rigidi dall’ultimo sale, le spalle scottano, uscire al sole,la spiaggia. Flash di memoria.
Un anfiteatro di scogli racchiudeva il braccio di mare sicuro. Quella che chiamavamo spiaggia era una lingua di ghiaia larga quattro, cinque metri e lunga una sessantina, tutto il resto era cemento.
A pochi metri dal trampolino c’erano i pescatori che ritiravano le reti. Li potevi veder lavorare come fossi stato in barca al loro fianco. Era istruttivo.
Anche se ti sporgevi dai reticolati, alla fine dello stabilimento, verso l’Hispaniola, poteva essere istruttivo. Era da quella parte che si appartava chi voleva appartarsi. Ma in un lampo riappariva il solito cerbero e tornavi a guardare i pescatori.
La giornata non era solo spiare questi o quelli, ma il nuoto, i tuffi, le merende, i giochi erano talmente continui che sembravano un unico solo momento.
Solo le situazioni eccezionali divenivano pause di quel momento. Quelle pause te le ricordi nettamente come fossero memoria sottolineata.
Infatti ricordo benissimo che quel giorno ero disteso sul muretto di sostegno al trampolino. Sento ancora sulla pancia il ruvido del cemento e la levigata dolcezza dei ciotoli di fiume che vi erano affogati. Sudavo sotto il berrettino con la visiera trasparente verde quando sentii un mormorio aumentare e diventare un grido. Il mio cerbero aveva chiamato e tornai al confine sicuro dell’asciugamano domandandomi quale regola avessi infranto. Il dito di mia madre indicò la bandiera nera che il bagnino aveva issato in quel momento.
Uno squalo !
O meglio, c’era un “pessecàn”, come sentivo gridare ormai dappertutto nel nostro dialetto.
In meno di un minuto tutti erano all’asciutto.
Gli scogli delimitavano solo una parte dello stabilimento, verso il mare aperto c’era una corda con dei galleggianti, un tempo bianchi, e nient’altro. Era abbastanza comune vedere un pescecane com’erano comuni i delfini. Oggi non so cosa nuoti comunemente in quelle onde.
Insomma, eravamo tutti là, come al cinema, seduti a fissare quella pinna che continuava a vagare davanti a noi.
Telefonarono alla Capitaneria di Porto, ma il sottocapo Cascella che era di servizio assicurò il bagnino che nessuno squalo era stato avvistato nel golfo da giorni, ma “che nessuno entri in acqua, aspettate che se ne sia andato”. Le sagge parole del sottocapo Lapalisse.
Anche noi ragazzini sapevamo che, prima o poi, lo squalo sarebbe ritornato in alto mare. Un’ora dopo, però, era ancora là. Proprio al centro del nostro campo visivo e al centro di ogni chiacchiera.
La variante era parlare del “pessecàn” visto l’anno prima o di quello, veramente enorme, visto prima che noi nascessimo.
Tutti discutevano sulle abitudini della bestia e scommettevano sull’ora della sua ripartenza.
Ma cosa facesse quel pescecane scemo nessuno sapeva dirlo; continuava a girare in tondo davanti al trampolino.
Dopo un’altra mezz’ora giunse finalmente una novità. Una barca si avvicinò alla pinna!
Si pensò fosse qualcuno della Capitaneria, invece erano pescatori. Puntarono dritti verso l’animale e, fra le urla di tutti, uno di loro si allungò verso l’acqua e …LO ISSO’ A BORDO !
Ci furono attimi di silenzio così totale che sembrava si fossero fermate anche le onde.
Il piccolo peschereccio bordeggiò la scogliera e un vecchio, che doveva essere il capobarca, ci gridò:-“ Scuséne!” – scusateci.
Stava brandendo quella famosa pinna, mancante di tutto il resto dello squalo, accessoriata di una lunga corda.
Come ? Quella cosa era il fantomatico pescecane girovago e solitario ?
Il bagnino era l’unico che poteva raggiungerli; con il caicco accostò il peschereccio e parlò a lungo col vecchio.
I commenti si sprecavano. Qualcuno annunciò di conoscere il mestiere esercitato dalle madri di quei pescatori, ma, in generale, tutti stavano aspettando spiegazioni più curiosi che arrabbiati.
Alcuni si misero a nuotare verso il concilio, ma inutilmente, perché quello si sciolse prima che arrivassero a distanza d’orecchio ed il nostro bagnino remò verso riva.
Con un mezzo sorriso alle labbra attraccò attorniato subito da molti. I pescatori avevano puntato a Est. Vittorio, così si chiamava, dopo una pausa che ci parve lunghissima, cominciò a spiegare:- “Il cugino di Coslovich, il capitano del peschereccio, ha il compito ogni mattina, prima dell’alba, di attaccare lo “squalo” ad un punto preciso della diga 5, quella è zona buona. Serve per scoraggiare i pescatori dilettanti. Ma questa mattina quel cretino ubriacone ha sbagliato diga! Ha attaccato la falsa pinna al palo che un tempo serviva a fissare i galleggianti. Con la lunga corda che si ritrova la pinna ha cominciato i suoi lenti giri davanti a noi.”
Per forza quel “pessecàn” non se ne andava.
Molti risero, altri fecero merenda scuotendo la testa, uno ribadì il mestiere svolto anche dalla zia del Coslovich.
-“ Questa non l’avevo ancora sentita. Mi mancava. Quelli dovranno trovare presto un altro sistema, in porto le parole volano più veloci dei gabbiani.”-disse mio padre.
Comunque era stata una bella giornata, diversa dalle altre anche se la mia faccia e le mie spalle avevano risentito non poco di tutto quello spiare il mostro. Ero rosso come il mio salvagente. Dopo altri due minuti di motoscafo, mezz’ora di filobus e dieci minuti a piedi eravamo a casa.
L’impacco di olio e albume mi fece venir appetito.
Anche quella sera mangiammo “pedoci col limòn”, ovvero cozze strappate agli scogli da mio padre durante l’assenza dello squalo.
Passarono i giorni e la “solada” divenne abbronzatura. Andammo altre volte alla Diga, ma non vidi più la bandiera nera.
Già stavamo pensando al ritorno a scuola quando, alla fine di settembre appunto, mio padre, leggendo il giornale, ci rituffò nel ricordo.
Un bagnante solitario, vista la stagione, era stato assalito da uno squalo proprio davanti alla diga 5 !
Cinquantatre punti di sutura!
Doveva essere un tipo di spirito però perché, nonostante la brutta ferita alla coscia, appena fu soccorso, le sue prime parole furono:- “Ostrega! Maledeti pescadori, ‘desso i usa anca i pessecani veri!”
Di quegli anni, più della gioventù o dell’acqua limpida del Bagno alla Diga, mi manca quello spirito che rallegrava chi lo riceveva come chi lo elargiva


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