07 Aug 2016

L'uomo di Montebello

Erano in otto sul ciglio del Monte. Chiamavano così la massa di terra che sovrastava l'Ippodromo, dietro le poche case che s'affacciavano sulla Strada di Fiume. Era il campo di gioco, di ogni gioco, ma principalmente del calcio. La norma esigeva che a riprendere il pallone dovesse andare chi lo aveva mandato giù e capitava spesso. Le partite duravano ore per quel motivo. Da quel lato si scendeva a precipizio verso la ferrovia. Pareva che i binari, come un fiume, avessero scavato quel solco profondo tra il Monte e il terrapieno che incorniciava la pista dei trottatori.

Claudio scrutò attentamente il baratro per individuare il pallone. Il terreno era totalmente brullo, fatto di un pietrisco grigio, quasi azzurro, lo avevano estratto da là vicino, scavando la galleria Sandrinelli, qualche anno prima. Tutti loro temevano quei recuperi, avevano paura del treno; sbucava da una curva un centinaio di metri prima e il locomotore si sentiva arrivare solo all'ultimo momento. Tra le pareti del canalone invece faceva un rumore infernale. Claudio si ordinò di scendere. Appena arrivò alle rotaie guardò in su verso gli amici lontani e ne ricevette un segno d'assenso. Due di loro stavano di vedetta e alla minima avvisaglia si sarebbero fatti sirena d'allarme. Là sotto tutto era in ombra, solo le due parallele riflettevano il chiarore del cielo.

Vide il pallone. Non lo prese. Non gli si avvicinò neanche. Davanti a lui c'era una scarpa, nuova, lucida. C'era un pezzo di stoffa, un altro, dei piccoli e grandi fagotti erano sparsi. Poi vide quella faccia. Gli occhi fissavano proprio lui. L'urlo si sentì fino alle stalle dell'Ippodromo. Claudio volò a casa. Il pallone rimase laggiù. Partita finita.

La mamma lo accompagnò dal padrone del bar, Edy l'inglese, che aveva lavorato in Scozia, s'era sposato una scozzese, che sapeva la lingua e che telefonò alla Venezia Giulia Police Force, distretto di via dell'Istria, Divisione Investigativa Criminale, Squadra Volante. Gli rispose Giugovaz, sergente di terza classe, che aveva sempre lavorato a Trieste, s'era sposato una di Cattinara e conosceva il dialetto meglio dell’italiano.

Qualche minuto dopo un'altra telefonata ebbe luogo.

- Lo so che è compito nostro, ma non si poteva chiamare Giraldi? Io sto per passare come Ispettore Capo al caso dei... e lui non vede l'ora di dirigere un'inchiesta... ho capito, lo so com’è Giraldi, ma... ho capito... un corpo dilaniato dal treno, dietro l’Ippodromo... ho capito.

L'Ispettore, ancora tale, dovette andare.

Il corpo che il povero Claudio aveva scoperto era sparpagliato per una cinquantina di metri lungo i binari.

La testa sembrava essere l'ultimo pezzo, uno dei più integri, verso nord. Gli uomini del Gabinetto Scientifico ne avevano viste di peggiori quand'erano entrati a far parte della S.R.S.I, squadra recupero salme infoibati, ma era pur sempre un lavoro ingrato. E poi stava già calando il sole.

- Cosa credi che sia? Suicidio, incidente?

- Senti Giraldi, sono appena arrivato e vorrei non farmi idee sbagliate. Avete trovato documenti?

- Non ti piacerà, il tizio era un sergente americano del 351° Fanteria, i galloni sulla camicia sono chiari, ma stiamo cercando le piastrine per collegarli ad un nome. Il portafoglio non c'è.

- Non informiamo ancora la loro Polizia Militare, vorrei... insomma, aspettiamo un po'. Quando è passato l'ultimo treno oggi?

- Quelli del distretto Campo Marzio confermano che ne sono passati due, uno alle otto del mattino ed uno alle undici e trentacinque.

Dalle piastrine seppero che la vittima era Tommy Reynolds, di anni ventisei. Tornarono in ufficio. Per quella sera non c'era altro da fare.

Il mattino dopo se ne andò con le solite carte, timbri e richieste da vagliare. Beker era al telefono ed anche l’apparecchio sembrava stare sull'attenti. All'altro capo c'era il colonnello Richardson.

- Sì, abbiamo verificato e hanno tutti i permessi. Sì girano al teatro romano, ci sarà anche Patricia Neal con quel Tyrone Power... sì, la terrò informato signor colonnello. Buon lavoro anche a lei.

E dopo un istante: - Giugovaz!

- Comandi.

- Giugovaz frusta un po' quelli del Gabinetto Scientifico; voglio sapere di quel sergente! E non rispondermi così, non siamo più nell'esercito!

Un caffè dopo il sergente di terza classe fu di ritorno tendendogli il fascicolo. Beker lesse attentamente e ripeté i punti salienti ad alta voce, una vecchia abitudine.

- Dunque, la vittima è stata colpita alla testa con un tubo rinvenuto sul ciglio della discesa, a circa centocinquanta metri a ovest dal rinvenimento, praticamente sopra la salita di Via del Veltro. Probabilmente la morte risale alla notte o alla sera prima. Il sangue sul tubo è dello stesso gruppo di quello della vittima, impronte... quindi omicidio. Questa storia non piacerà al colonnello. Speriamo sia occupato nel rendere i suoi omaggi agli attori.

Giraldi entrò, si sedette e restò visibilmente deluso constatando che era finito il caffè.

- Piccola buona notizia: Sartori, della Buon Costume, ha parlato con una delle prostitute di Via Campanelle e quella ha indicato Agnese Pelizzi, detta Ester, come intima del sergente. Lo conoscevano tutte in zona, era un bel giovane, ma sembrava poco interessato alle altre. Sartori dice che è strano però, Ester non è certo una ragazza!

- Andiamo a far visita alla "mula", dove abita?

- Al 25/b di Strada di Fiume.

Era il solito condominio di periferia; nove appartamenti su tre piani. Ester stava all’ultimo.

- Il sergente? Non viene certo per mi! Ciàcole, chiacchiere di quelle... delle signorine di via Campanelle, immagino.

- E allora perché ci hanno detto che girava così spesso...

- Viene per mia figlia. Perché queste domande sul sergente?

Giraldi aveva aperto un blocchetto e leggeva: - Rosa Oblak di anni 17, riconosciuta dal padre, tale Luciano Oblak, nel 1939. Ah, ci ha pensato un po’.

- Dov’è sua figlia, signora Pelizzi?

Agnese Pelizzi detta Ester guardò l’ispettore Beker con riconoscenza; era passato molto dall’ultima volta che un uomo l’aveva chiamata "signora". Non chiese più nulla del sergente. Sapeva per esperienza che loro facevano domande, non davano risposte.

- È da mia sorella, a Prosecco, lavora nella sua panetteria e dorme da lei tutta la settimana.

- E suo marito?

- È morto... nel ‘43.

Giraldi non riusciva a stare in disparte e riprese in mano i suoi appunti.

- A noi risulta tornato nel ‘47 dalla prigionia. È morto qui o si era trasferito?

- È morto.

Il silenzio che seguì accompagnò gli ispettori in strada. Bisognava sentire la ragazza, la "mula".

- Mandiamo Giugovaz a prenderla.

- Ci posso andare io. - Disse Giraldi.

- Lo so, ma ti piace parlare e da Prosecco al nostro ufficio riusciresti a raccontarle chissà quanti particolari.

- Mi offendi.

- Ma va! Piuttosto manda qualcuno in giro per il rione. Vorrei saperne di più della signora Ester e della sua vedovanza.

La Morris scaricò Giugovaz e la ragazza davanti al Tribunale alle sei del pomeriggio. Faceva caldo, ma Rosa Oblak ebbe un brivido guardando la facciata dell’edificio. Era bella, i capelli castani, gli occhi verdi, era giovane. Beker, per un momento, invidiò i sergenti americani. La fece accomodare e, quando sembrò che la giovane stesse per esplodere dall’ansia, cominciò l’interrogatorio.

- Quando ha visto per l’ultima volta il sergente Reynolds?

- Gli è successo qualcosa? Dov’è ora?

- Calma, posso dirle che non è ritornato in caserma, ma ora deve rispondermi.

Un fazzoletto apparve tra le sue mani e, tentando di strapparlo, rispose. La voce era un po’ tremante, ma chiara.

- È stato questa domenica. La domenica sono libera e Tommy viene a prendermi. Si va a fare un giro, qualche volta mi porta a ballare alla Cisterna. Eravamo tornati verso casa mia. Voleva andare sul Monte a guardare l’Ippodromo illuminato. Sono andata a prendere un asciugamano per sederci sull’erba. Sarò stata via dieci minuti, forse meno. Quando sono tornata non c’era. Senza una parola, senza motivo, se n’era andato!

- Che ora poteva essere?

- A casa ho guardato l’orologio, erano le nove in punto.

- Le ventuno. Poi non l’ha più visto, sentito?

- Ero molto arrabbiata, ma ho pensato che per qualche motivo di servizio... lunedì sono partita con la corriera delle cinque e mezzo per l’altopiano, dovevo essere in panetteria almeno alle sette. Ora, mi dite qualcosa voi o devo aspettare fino a domenica per chiedergli spiegazioni?

- Come le ho già detto il sergente Reynolds non è rientrato quella sera in caserma. Le darò notizie appena mi sarà possibile. Può tornare da sua zia o da sua madre, il nostro sergente, Giugovaz, l’accompagnerà.

Il solito Giraldi teorizzò, appena la ragazza fu uscita.

- Per me l’americano s’è stancato e lei gli ha spaccato la testa!

- Certo! Col tubo di ferro che si porta sempre in borsetta, poi è andata a casa ed è tornata sul luogo del delitto con un asciugamano per fargli un turbante! Giraldi, non farmi incazzare. Dovrei occuparmi dei Colantuoni e mi ritrovo con la panetteria, il pallone, le rotaie, le benemerite signorine e nessun testimone! Perché non vai a chiedere un autografo a Tyrone Power?

La porta sbatté e di Giraldi rimase solo l’eco di una bestemmia.

Per due giorni Sartori si dedicò alle sue informatrici e Bertoli, il paziente Bertoli, simpatizzò con tutti i frequentatori della bocciofila, con i tre osti della zona, lo spazzino, il postino. La lattaia fu generosissima di chiacchiere e fra le tante parole inutili infilò un "Oblak era compagno d’armi di Franzot, quel disgraziato, capelli lunghi, bastone bianco, vive su, alle case bombardate, poco prima della polveriera".

Bertoli andò. Non c’era mai nessuno tra quelle rovine; la paura di mine e di bombe inesplose era ancora tanta. Franzot fu loquace, una volta tanto aveva compagnia!

- Macché morto! Luciano Oblak morto! Ma se lo conoscete anche voi: Ucio el Mato! La moglie la ga deciso che’l iera mejo morto che mato.

Bertoli, quando lo informò, vide Beker cambiare espressione.

- Certo che lo conosciamo. Non passa settimana che non ci sia un reclamo, una denuncia per quel "nazista che dirige il traffico" in pieno centro o in periferia, in marina o sull’altipiano. Ucio el Mato se la prende con i nostri agli incroci ed anche con gli MP di ronda. Lo mettiamo una settimana a San Giovanni e poi ritorna a dare ordini in quel suo tedesco che fa tremare ancora molti. Devo parlargli.

L’ispettore fu presto accontentato, Luciano Oblak, due giorni dopo s’era piazzato in via Donizzetti, davanti alla sinagoga, a urlare agitando un tubo di ferro verso le auto che discendevano via San Francesco. Lo presero e portarono via non senza fatica; l’agente Morsatti si prese una botta terrificante, ma l’elmetto lo salvò.

Quando l’uomo fu davanti a Beker le manette lo avevano reso più docile.

- Luciano Oblak, nato a Trieste il 9 febbraio 1911, da Anita Gertoll e da Mattia Oblak, senza fissa dimora, eccetera, eccetera. Cosa ci fai con quel tubo, Luciano?

Era piuttosto basso, magro, capelli neri, corti sulla nuca, stranamente ben rasato. Portava un completo che un tempo doveva esser stato nero; pantaloni larghi e giacca attillata alla moda d’anteguerra. I suoi occhi erano frenetici, sembrava controllassero ogni particolare della stanza, attenti ad ogni movimento fosse anche un riflesso di luce. Parlò. Una voce imperiosa riempì la stanza.

- Mein Knüppel nicht war eins Rohr, tubo!

- Ah, ecco cos’è, un manganello! Serve a dirigere il traffico!

- Ja.

- Ma non ti piacciono le uniformi. Hai colpito l’agente Morsatti.

- Entfernen... tutti i Gegner, eliminare nemico! Heil Führer! Italienisch, Amerikanisch! Alles, tutti!

- E l’americano dell’altra sera? A Montebello, dalle parti tue. Cos’aveva fatto?

- Fräulein!

- Sì, la ragazza. Lo hai visto con la ragazza. E non sai che la guerra è finita, che non faceva niente di male, non sai chi sei e nemmeno che quella ragazza è tua figlia!

Da quel momento Ucio el Mato divenne di pietra. Forse qualcosa era riuscita a far breccia nella sua mente sconvolta, forse s’imponeva di apparire ancora l’Oberst-qualcosa che credeva d’essere. Lo riportarono in cella per l’aggressione all’agente e in attesa della verifica delle impronte lasciate sul tubo insanguinato. Era finita, ma nessuno era soddisfatto di quell’esito. Tutto era così squallidamente... semplice, inutile, pazzo.

Il giorno dopo Beker offrì da bere per la promozione a Ispettore Capo. Si sarebbe finalmente occupato dei Colantuoni, delinquenti veri.

Non invidiava di sicuro l’ingrato compito del Capitano Marwell di avvisare la famiglia del sergente Reynolds. Chissà quale formula avrebbe dovuto inventare per nascondere la realtà. Non invidiava la signora "Ester" che doveva informare Rosa. Il suo Tommy non sarebbe rientrato mai più in caserma e a ucciderlo era stato suo padre, morto da anni. Non invidiava certo Claudio che avrebbe patito gli incubi di quel pomeriggio. Non invidiava Giraldi che aveva dovuto spiegare al colonnello Richardson perché informarono di quella morte il 351° Fanteria con tanto ritardo. Richardson, inoltre, doveva essere di cattivo umore anche perché le riprese del film erano finite e la troupe americana era partita, con attrice al seguito.

In fondo, non invidiava Giraldi per molti motivi.

Erano motivi che vivevano là, dietro l’angolo di una via tollerata, sul ciglio di una mente malata, nel sogno di un futuro a stelle e strisce, tra case bombardate e osterie di periferia.





© Walter Chendi


Walter Chendi