28 Feb 2009

ANTEO

La Crocerossa stava tirando il telone sul fianco del camion militare.
Tra poco avrebbero proiettato il solito documentario sui relitti inesplosi, sui pericoli che noi ragazzi correvamo toccandoli e sulle conseguenze. Quei disegni di bambini senza mani o senza una gamba erano l’unico orrore della guerra che ci capitava di vedere.
Noi, nati nel 1946, sentivamo solo parlare di cos’era stata.

Ci sembrava, però, che tutta la faccenda si fosse risolta in una specie di punizione futura.
Solo noi potevamo andarci di mezzo.
Non mi sentivo in colpa, non avevo alcuna intenzione di trovare una qualsiasi bomba né tantomeno di giocarci.
Nelle riunioni familiari, ogni tanto, qualcuno accennava ai tempi passati, ma i discorsi venivano lasciati cadere; ignoravo tutto ed ero consapevole solamente del Grande Segreto Terribile che annebbiava l’argomento.
Per fortuna il cortometraggio era corto ed il film annunciato era un western!
Eravamo scesi da casa velocemente, con le sedie in mano e la cena da finire, appena avevamo sentito l’altoparlante, in strada, gracchiare la proiezione.
Tre soldati preparavano il proiettore. L’autista sembrava volersi attardare un po’ con l’infermiera che ci aveva dato i volantini con illustrati gli ordigni.
Era intenzionato a conoscerla meglio perché, l’avevo sentire dire io poco prima, quella ragazza, lei sì era una vera bomba.
Era bello stare dietro casa, all’aperto, sull’erba. La città ancora non riusciva a cancellare le stelle sopra la nostra testa. Una squadra di pipistrelli tentavano d’erudirsi volando a pochi centimetri dal proiettore. C’erano le solite zanzare; oggi sembrano molto più piccole, ma quelle le sentivi posarsi sulle guance.
Ci schiaffeggiavamo tanto che sembrava un sommesso continuo applauso.
Il film che aspettavamo cominciò.
Tentammo di leggere i titoli di testa, con quei nomi così difficili, trattenendo il fiato. Anche le zanzare si astennero dal ronzare.
Una musica in crescendo di chitarre messicane aprì la scena.
La storia scorreva come il grande Rio Bravo.
Quando il crudele capo Kojoma s’accinse a “scalpare” l’onesto pistolero mia madre mi mise una mano sugli occhi. Mi scostai ed incrociai lo sguardo di un uomo piccolo, biondo, tarchiato e piuttosto quadrato di lineamenti.
“ No jera miga cussì.”- mi disse, sorridendo tristemente.
“Non era mica così.”- Per la prima volta qualcuno non accettava l’idea dell’indiano cattivo.
Guardai più volte dalla sua parte durante la proiezione, era giovane, ma quel triste sorriso gli conferiva l’espressione che certi vecchi hanno quando guardano le puerili gesta dei bambini.
La serata fu felice comunque, i buoni vincevano e noi potevamo star tranquilli.
Il Settimo Cavalleria arrivava sempre al momento giusto: un paio di scene prima della fine. Puntuale.
La sera ci avvolgeva più fresca e buia.
L’autista era riuscito a conoscere quanto voleva la crocerossina? Quel giovane tarchiato aveva continuato a sorridere?
Quando ritornammo verso casa, armati delle nostre sedie, lo vidi riconsegnare al padrone del bar “Trento e Trieste” lo sgabello che usavamo per arrivare al segnapunti del biliardo.
Quel tipo mi incuriosì come incuriosì tutti.
Era appena arrivato, da non so quale paese, alla Maddalena, il nostro periferico rione.
Aveva trovato lavoro nel vecchio ospedale per gli infettivi.
Presto era capitato nel mirino della gente che parla della gente che parla della gente.
“E’ matto!”- sentii dire al macellaio rivolto alla matrona, con lui, sulla porta del negozio.
Detto da quella bocca diventava una cosa seria. Lui che, per protestare delle molto probabili corna, s’era tagliato un dito e, urlando ingiurie alla moglie, glielo aveva tirato dietro con mezzo rione schiacciato alla vetrina!
Sanguinaria autolesionista metafora?
“E’ matto.”- ripeté, il sano di mente con nove dita, alla signora.
Lo stavano fissando mentre attraversava la strada per rientrare al lavoro. “Lo sa lei che quello, a metà mattina, fa merenda con mezzo chilo di carne cruda?”-“Cruuudaaa?”- inorridì la querula.
“Dice che gli indiani mangiavano così e non so cos’altro…”- concluse, sfumando categoricamente, il macellaio.
Quel tipo d’alimentazione, l’acquisto di un cavallo, il suo radersi i capelli oppure il fatto che, ogni domenica, s’accampasse sulla collina per vivere da indiano, aveva convinto tutti che Anteo era tipo da Frenocomio.
Cominciò la scuola e non lo vidi più fino ad un gelido mattino di febbraio quando me lo ritrovai davanti. A torso nudo, in groppa al suo cavallo bianco, galoppava in via Knugger inseguito da tre forsennati che gli sparavano dietro!
Era Carnevale.
Fu, in ogni caso, un vero colpo sentire e vedere il fiato dei cavalli a pochi centimetri dalla faccia. Ne avevo già visti, ma credo che quelli del vicino Ippodromo non potessero far testo: troppo lontani ed impettiti davanti ai Sulky.
Ma quello, oh, quello bianco, sembrava tutt’uno col cavaliere. Anche perché Anteo cavalcava a pelo come ogni pellerossa che si rispetti.
Carnevale dunque.
Fino a quel momento avevano sfilato solo i pagliacci, i soliti uomini vestiti da signorina, qualche animale vestito da animale e le solite da marito vestite da bambine.
Quei quattro, al galoppo in mezzo a nuvole di pistole e di fiati, furono uno spettacolo da ricordare.
Alcuni ripeterono che Anteo ed i suoi erano matti, ma altri notarono, ammirati, la realtà dei costumi e, addirittura, la verosimiglianza delle grida!
Da quel giorno non riuscii più a credere ai pellerossa di Hollywood.
Passato il Carnevale, lecita follia, Anteo ridivenne il folle da biasimare. “Va e ritorna con molti scalpi!”- gli gridava qualcuno dal Bar vedendolo entrare all’Ospedale.
Là dentro Anteo faceva il barbiere.
Doveva avere una gran pazienza, una pazienza indiana forse, perché quei reparti erano per soli bambini.
Se tagliare i capelli a chi a meno di dieci anni può essere considerata un’impresa, farlo a chi si trovava, in più, in isolamento era da considerarsi eroico.
Una sera di qualche anno dopo allo stesso Bar, già “Trento e Trieste” ed ora “Gagarin”, molti restarono a bocca aperta: Anteo veniva presentato in televisione all’Italia tutta come concorrente del programma “Lascia o raddoppia?”, un gioco a domande molto in voga all’epoca.
C’era proprio Anteo e rispondeva al conduttore, il signor Buongiorno Mike!
Come materia aveva scelto, ovviamente, la storia degli Indiani d’America. Ed era bravo.
Quando le bocche riuscirono nuovamente a chiudersi cominciarono i commenti di approvazione. C’era anche chi si vantava di conoscerlo. Ma se lo conoscevamo tutti.
Il pazzo poteva vincere, oltretutto, una cifra piuttosto cospicua e questo avrebbe fatto di lui, eventualmente, una persona affidabile e seria, secondo il solito criterio.
Anteo riusciva solo da quei pochi pollici senza colore a parlarci del mondo che tanto lo appassionava. Lui amava le usanze di quei popoli anche se non aveva potuto far altro che studiarle su libri che si faceva mandare da un cugino emigrato in Canada.
Lo ascoltavamo.
Lo sapevamo che c’era la tribù dei Seneca o quella dei Saponi? Che i piccoli Sioux avevano giocattoli a forma di bisonte e di guerriero? Che la figlia di un capo indiano visitò l’Inghilterra nel 1616? Curiosità, ma sentimmo anche storia e fede di popoli che non sembravano più primitivi o spietati.
Qualche puntata e poi Anteo ritornò Anteo.
Con i soldi vinti andò in vacanza negli States. Al ritorno comprò un altro cavallo ed una stalla. Poi.
Poi, chi lo incontrava lo salutava. Faceva ancora colazione dal macellaio, ma nessuno se ne preoccupava.
Quando tutti lo credevano un matto mi faceva meno pena di adesso. Ora nessuno lo prendeva in giro, nessuno gli gridava dietro.
Ora, nessuno gli parlava.
Si erano sbagliati a giudicarlo e ne erano seccati perché Anteo ricordava loro il pregiudizio e l’incomprensione sparsi a piene mani gli anni prima.
Non lo vidi più.
Fino a ieri sera.
Capitò che mi fermassi allo spaccio del Monco, un locale sotto la superstrada, per bermi un aperitivo.
Alla televisione, appesa in un angolo come la gabbietta di un canarino d’acqua dolce, davano un vecchio film di cowboy ed indiani.
Il bianco e nero di quella pellicola mi consolava, ma sembrava annoiare il padrone che continuava a brontolare. Stavo uscendo dalla saletta fumosa durante l’inseguimento della dili-genza, quando incrociai lo sguardo di un vecchio piccolo e rapato, alquanto tozzo nei lineamenti.
“ No jera miga cussì ”.
Avevo sentito chiaramente quelle parole anche se non potrei mai giurare che il vecchio avesse aperto bocca.
Anteo, in quel momento, aveva fatto un sol boccone di quarant’anni della mia vita come fossero mezzo chilo di carne cruda.