09 Sep 2009

SPUTNIK

Quello seduto vicino al serbatoio 39 è Miro, intento come sempre a leggere il suo immancabile Urania. In verità si chiamava Silvio, Silvio Vatta, ma la sua mania di scrutare lo spazio gli aveva guadagnato quel soprannome. Se gli chiedevi cosa facesse tutta la notte lui rispondeva sicuro:- Miro l’infinito, ma controllo anche gli impianti.
Era uno dei guardiani notturni della Raffineria Aquila.
Aveva fatto sempre bene il suo lavoro; non bevevo, ovviamente non fumava, aveva una sola passione, leggeva. Era un accanito lettore di racconti fantascientifici. Dischi volanti e strani esseri venuti dallo spazio profondo riempivano le sue nottate. Quando finiva il turno si fermava un poco all’entrata della Raffineria con Giubilo per raccontargli le novità dell’ultimo volume.
Il capo dei guardiani diurni lo ascoltava con grande pazienza ma alla fine del racconto sbottava in un inevitabile:- Ma va in mona, cossa te me insempi ogni giorno co’ ‘sti strambezi! Va a casa, va a dormìr!- Con tale ruvido viatico Miro ritornava a Muggia.
Era forse colpa sua se in quegli anni l’uomo stava riuscendo a volare quasi fino alla Luna?
Nel 1957 i russi avevano spedito lo Sputnik fuori dall’atmosfera. Si erano ripetuti commuovendo il mondo con la cagnetta Lajka, primo satellite vivente, seppur per poco, del pianeta.
Come poteva Giubilo restare indifferente a quegli affascinanti inizi? Explorer, Lunik e ancora Sputnik furono sulla bocca di tutti. Giubilo e i suoi diurni sapevano tutto di pesca, di calcio, delle ultime clausole del contratto e delle abitudini sessuali della ragazza che solitamente faceva il bagno alla Diga 7.
I diurni scrutavano attenti.
Per Miro e per pochi altri sognatori la cosa più interessante era lo spazio e, buona seconda, la paura dei suoi misteri. La paura per antonomasia aveva un nome; Marziani!
Ecco il pericolo, ecco il nemico, ecco la nuova leggenda che preoccupava molte menti. Come poteva Giubilo essere così poco comprensivo? Ma un giorno avrebbe capito.
Invece due altre persone erano molto interessate agli interessi di Miro. Erano Boscarini Claudio e Rovatti Walter, conosciuti in un paio di Commissariati come balordi dalla mano lunga.
Piccoli colpi al mercato del giovedì, qualche effrazione, tre denunce per schiamazzi notturni formavano un curriculum senza lode, in tutti i sensi. In quel periodo erano cambiati gli articoli richiesti dal mercato, così i due avevano detto basta ai cappotti, alle biciclette, alle cassette di funghi o ai tacchini. La guerra era proprio finita, il Boom degli anni sessanta era alle porte e la Vespa diventava indispensabile come gli occhiali da sole.
I bisogni erano mutati, Boscarini e Rovatti mutarono genere.
Avevano deciso di alleggerire, se così si potesse dire, la Raffineria di quanta più benzina fosse stato loro possibile. Avevano pensato ad un metodo abbastanza semplice: entravano da un buco nella recinzione vicino all’Infermeria, si spogliavano, s’immergevano sotto al Molo 3, facevano a nuoto il giro degli attracchi alle petroliere, pochi metri allo scoperto e raggiungevano la zona dei distributori sorvegliata dal nostro guardiano lettore.
Di notte era l’impianto più buio di tutti. Il caricamento delle autobotti si faceva solo di giorno.
Miro era contento di stare là. Si vedeva meglio il cielo.
Boscarini Claudio e Rovatti Walter erano contenti se lui era contento. Col naso per aria non li avrebbe visti mai. Il bidone veniva sempre riempito a metà così, al ritorno, galleggiava.
Quella era la sesta volta che si rifornivano. Il 25 luglio non era una notte serena, ogni tanto le nubi nascondevano la Luna. Fu così che non si accorsero della chiazza di nafta nella quale andarono a finire nuotando. Bestemmiarono accuratamente sotto voce. Quelle nuvole non permettevano a Miro una buona osservazione. Decise così di fare un giretto d’ispezione.
Era un guardiano in fin dei conti.
Accadde. Se li trovò davanti.
Due esseri grigi e lucidi con gli occhi che sembravano fanali e un cilindro metallico tra le zampe!
Tutti e tre rimasero di sasso. Lui li guardava e loro lo guardavano. Per alcuni istanti si sentì solo il fruscio delle onde.
-Lo sapevo…prima o poi sareste scesi…lo sapevo.- sussurrò Miro.
I due manigoldi non capirono sosa intendesse il nostro e rimasero muti. Muti e immobili. Il bidone cominciava a pesare. Se avessero tentato la fuga sarebbe bastato un fischio e tutti gli altri notturni sarebbero intervenuti. Ma come mai non aveva dato ancora l’allarme ?
Da com’erano conciati potevano intuire la meraviglia dell’uomo, ma cosa voleva fare? Mentre così congetturavano Miro riparlò:- Sono emozionato, scusatemi, è tanto che sento parlare e leggo, sapeste quante ne ho lette, di viaggiatori dello spazio, ma…è incredibile…incontrarne due!-
Rinfrancato dalla loro immobilità li osservò meglio.
-   Siete come noi! A parte il colore e…l’odore, la forma è come …è incredibile! Sto parlando a due Marziani e come un cretino mi aspetto che capiscano la mia lingua!-
Dopo una pausa, interrotta da due profondi sospiri, il marziano più basso si fece coraggio e, con la voce più cavernosa che gli era possibile, sentenziò : - Nos veni amo in pacem…carburant…oil…benzìn…we are…sine propelènt !-
La faccia di Miro si tinse di vari appariscenti colori mentre le sue gambe non sembravano intenzionate a supportarlo ancora per molto. Ma si riprese.
S’aggiustò il cinturone, rincalzò il berretto dandosi un’aria più marziale, tanto per restare in tema.
-Carburante? Oh mamma! Non ditemi che siete arrivati con un’atronave che va a benzina! E ora dovete fare il pieno!- I marziani assentirono vigorosamente.
-Dov’è, eh? Dov’è ora ?- Continuò sotto voce guardandosi in giro.
Rovatti Walter che, si vedeva a occhio nudo, era il più sveglio della banda, indicò con un vago cenno il golfo.
-Certo! E’ vero. Il sistema migliore per frenare! L’acqua! Dunque è là sotto.-
Boscarini Claudio volle dare ulteriore attendibilità al personaggio rispondendo in modo affermativo al terrestre con un :- Yes, ja, yea, da, sì, oui, tah, miko, sdurb, grasp, sniap…- e avrebbe continuato se il Rovatti non lo avesse spento con una gomitata.
-Oh, caspita, cosa darei per avere una macchina fotografica! Due Marziani!-
-Shhhh!- fece Rovatti e Miro si calmò.
-Va bene, va bene, vi prendete la benzina, ma io voglio vedere l’Astronave!-
Era chiaro che il pover’uomo avrebbe chiuso volentieri un occhio se con l’altro avesse potuto vedere proprio tutto. Già stava calcolando quale cifra avrebbe guadagnato con quella storia. Ma calcolando e rimuginando capì.
Nessuno ci avrebbe creduto.
Specialmente Giubilo.
Capì anche che i capi, forse, non avrebbero facilmente accettato che i Marziani si fossero fregati migliaia di litri con il suo aiuto. Non erano mica là, i capi, per vedere quei due poveri extraterrestri così stanchi e preoccupati.
Avrebbero capito o l’avrebbero licenziato? Risposta numero 2? Risposta esatta signor Miro! Avrebbe perso il lavoro e la faccia.
Mentre il quasi-ex guardiano stava facendo quelle considerazioni i due alieni confabularono un poco nella loro lingua. Quello più lucido assentiva continuamente alle occhiate di Miro, ma intanto aiutava il compare ad alzare il bidone.
-Un momento! Dovrò spiegare cose inspiegabili, perciò, ora, voi posate quel coso e mi seguite al posto di guardia!- disse il notturno sfiorando il calcio della regolamentare pistola.
Da qulla situazione non potevano uscire con qualche chiacchiera e così calarono sulla testa del nostro amico il nocciolo della questione.
Per fortuna “il nocciolo” non lo prese proprio in pieno, ma bastò.
Fu notte veramente fonda per il povero Miro. Sognò umanoidi col dopobarba al petrolio che sparivano nell’acqua del porticciolo. Sognò di una enorme astronave che si sollevava da quelle onde per rituffarsi nel buio dello spazio. Sognò di un guardiano notturno legato al cancello della Raffineria mentre arrivava la Croce Verde.
Sognò di sparire.
Non poteva finire così. Sapeva cosa fare.
Il mattino seguente i suoi colleghi trovarono la sedia appoggiata al serbatoio 39, le sue scarpe davanto alla sedia e un libro di fantascienza vicino alla scarpa destra. Di Miro nessuna altra traccia.
Non lo vide più nessuno, neanche Dolores La Focosa, che lo alleggeriva un poco ogni mese. Non lo vide più Umberto, deto Circola, l’edicolante che si era fatto la Vespa vendendogli quintali di Urania. Non lo videro più neanche gli impiegati del reparto paghe che devolsero la sua ultima in opere pie. Miro era solo al mondo.
Nel nostro, almeno.
Ci fu qualcuno che si sforzò di far girare qualche voce pochi giorni dopo.
Due tipi che bazzicavano sempre il Bar Raffineria, due balordi, misero in giro una balla colossale: Miro se l’erano portato via i Marziani! In quegli anni, come ogni anno, potevi trovare qualcuno pronto a crederci.
-Bòn, mejo, cussì el ga finì de insempiarme co’ le sue storie strambe!- decise Giubilo.
Forse era vero, da qualche parte ci furono i marziani, forse Miro li incontrò davvero un giorno, ma dovevano esser atterrati i Canada, perché là era stato visto alcuni anni dopo.
Era diventato Guardia Forestale e su quella torre d’avvistamento, in mezzo alla sterminata foresta dei Grandi Laghi, aveva come unica compagnia i libri di Science Fantasy, ora in lingua originale.
La fantasia fa brutti scherzi.
Ripensando a quegli anni, ancora oggi, le notti d’estate, quando alzo gli occhi e vedo un satellite viaggiare lento nel buio ho la netta sensazione di sentire un gran odore di benzina.